IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE
The Boy in the Striped Pyjamas
di Mark Herman

Chi trova un amico trova un tesoro

Un tema come la Shoah è sempre delicato da trattare, in più infilare all’interno di questa cornice una storia immaginata è compito non semplice, soprattutto se legata al tema dell’infanzia. Il cinema continua per fortuna a proporre film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale: ogni opera che aiuti a ricordare (ricordare nel senso di “non dimenticare”) tutto il dolore procurato e il male perpetrato dalle persecuzioni razziali è un qualcosa di giusto e necessario, educativo ed istruttivo. In quest’ottica “Il bambino con il pigiama a righe” si dimostra un lavoro originale e interessante, che richiama lontani echi di Fred Uhlman, con un’ingenuità favolistica a metà strada tra il fauno di Del Toro e la vita bella di Benigni. Scomodare fonti così prestigiose è utile ad inserire il film di Mark Herman nel contesto cinematografico degli ultimi decenni, così come il libro omonimo (di John Boyne) da cui è tratto il film nel contesto tematico e letterario al quale fa indiscutibilmente riferimento.
Il piccolo Bruno, figlio di un ufficiale nazista, si trasferisce a malincuore da Berlino, dove ha molti amici, in una casa di campagna, desolata e senza nessuno con cui giocare. Dalla finestra della sua nuova casa scopre però la presenza in lontananza di una strana fattoria (in realtà il campo di sterminio diretto da suo padre), dove i “contadini” indossano tutti un pigiama a righe. Spinto dalla curiosità e noncurante dei divieti impostigli dai genitori, Bruno si avventura verso questo luogo particolare, incontrando al di là di una recinzione spinata il coetaneo Shmuel. Il bambino dal pigiama a righe, costretto alla prigionia perché ebreo, trova subito l’intesa con Bruno, dando vita ad una bella amicizia fatta di curiosità, di domande e di tenera genuinità, sempre divisa da una recinzione che incute terrore.
La contraddizione dell’amicizia tra il figlio di un soldato nazista e un bambino ebreo è il tema portante del film, toccante per il modo in cui racconta la persecuzione razziale attraverso gli occhi ingenui di un bambino. Bruno, nonostante il tentativo di lavaggio del cervello ad opera del suo tutore che tenta di indottrinare il giovane agli ideali del nazismo, riesce sempre ad andare oltre quello che trova scritto sui libri, utilizzando i suoi occhi e le sue esperienze come unico metro di giudizio nei confronti delle persone che ha davanti (il factotum ebreo Pavel, il piccolo Shmuel, ma anche il tenente nazista Kotler fino a mettere in dubbio la moralità del suo stesso padre). Il tutto verso un finale che spiazza totalmente lo spettatore, testimone impotente di fronte alle nefandezze che porteranno ad una tragedia inaspettata. Un film a tratti lento e un po’ prevedibile, non proprio riuscito, salvato però da un finale dal grande impatto emotivo che lascia spazio alla riflessione.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 19 dicembre 2008

Regia: Mark Herman
Con : Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga
Nazionalità: Usa
Durata: 93'
Anno: 2008
Genere: Drammatico

UniversyTv a "La Storia Siamo Noi"

By Ufficio Stampa Universy Tv on 04:48

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Auguri

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UniversyTv

Augura a tutti

Buon Natale

UNA VISITA MOLTO PRIVATA

By Ufficio Stampa Universy Tv on 15:33

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Recensione:

PALAZZO BRASCHI
"UNA VISITA MOLTO PRIVATA”
ideazione e regia: ROBERTO MARAFANTE
Dal 17 al 30 dicembre 2008


Palazzo Braschi in queste sere invernali accoglie il pubblico incuriosito nella Roma della Carboneria e della famiglia Braschi, protagonista di un intrigo e di una storia d’amore.
Il patrimonio contenuto all’interno, a partire dalla monumentale scalinata progettata da Valadier, scorre sotto gli occhi dei visitatori: i numerosi ritratti dei membri della famiglia Braschi, le stampe e le incisioni antiche, opere provenienti dagli atelier degli artisti maggiori dell’epoca, sono offerti con la cornice di una spettacolare veduta di piazza Navona illuminata dalle luci natalizie.
Un percorso a volte rocambolesco tra le numerose opere d’arte si svolge sotto la guida premurosa della contessa Caracci (Patrizia La Fonte), che si preoccupa di mettere a proprio agio gli invitati a palazzo, mentre a tratti il servitore Lorenzo (Sebastiano Colla) rende partecipi gli astanti del clima e dei sentimenti popolari nei confronti di una nobiltà ormai in decadenza. Le opere esposte sono testimonianze di uno splendore che tuttavia cede il passo alla Storia: infatti nello stesso palazzo, fatto costruire da papa Pio VI Braschi, trova rifugio sicuro un carbonaro fuggito da Castel Sant’Angelo che riceve protezione dalla nipote del padrone di casa.
L’innovativa idea di rappresentazione scenica all’interno di un percorso museale è messa in pratica con perizia dai bravi attori, sotto la regia di Roberto Marafante; gli spettatori, ospiti del Duca, sono resi complici del segreto amoroso, ma a volte distolti dal godimento delle opere esposte. Nonostante ciò, la ricreazione degli umori e del clima italiano nell’Italia napoleonica e l’indubbio fascino esercitato da un palazzo tanto carico di significato storico e politico rendono questa visita piacevole e coinvolgente.

COME DIO COMANDA

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COME DIO COMANDA di Gabriele Salvatores

Nel nome del padre

Il sodalizio tra lo scrittore Niccolò Ammaniti e il regista Gabriele Salvatores si rinnova nel contrappunto ideale del bellissimo “Io non ho paura”: se nel film del 2003 i rapporti tra un padre e un figlio erano indagati nelle atmosfere calde e assolate della Basilicata, immerse tra bugie e campi di grano, in “Come Dio comanda” quello tra i protagonisti è un rapporto fatto di brutali verità bagnate dalla fitta pioggia del nord Italia, una pioggia che non purifica, ma che condanna, sotto la fredda luce di una torcia elettrica e il cielo plumbeo che non lascia spiragli di redenzione. Shakespeare guarda dall’alto personaggi che sembrano ispirati dalla sua penna: ma chi muove i fili di questi re, principini e matti che si muovono nel fango di strade sporche come certe coscienze? Un Dio assente, il corso delle cose o il delicato equilibrio tra odio e amore?
In una fredda città del nordest italiano il precario lavoratore Rino Zena (Filippo Timi), razzista e intollerante a tempo pieno, educa il figlio Cristiano ai valori dell’odio e della violenza, con tutto l’amore di un padre che cerca di far calcare i propri passi al suo ragazzo, anche se si tratta di passi che portano sulla strada sbagliata. L’unico amico di Zena è il disturbato Quattro Formaggi (Elio Germano), un ragazzo rimasto segnato da un incidente sul lavoro, che sembra innocuo e innocente fino a quando il battito animale del desiderio non lo porta a commettere la violenza più terribile. Il tutto sotto una pioggia battente che non lava i peccati dei personaggi, non cancellandone le svastiche dai muri né il sangue dai volti.
Tecnicamente è un film impeccabile, Salvatores dirige con la solita maestria gli eccellenti Filippo Timi ed Elio Germano (il quale si dimostra ancora una volta un attore completo e versatile), e un acerbo ma comunque encomiabile Alvaro Caleca. Ammaniti, anche autore della sceneggiatura, ha dovuto rinunciare ad essere fedele al suo libro, tagliando personaggi e situazioni per dar vita ad un qualcosa di diverso ma allo stesso tempo funzionale: a caldo l’impressione è che al film possa mancare qualcosa che lo completi, ma nel momento di adeguare le sensazioni all’atmosfera soffusa della pellicola ci si rende conto appieno della forza dei suoi personaggi e di come il rapporto tra la coerente cattiveria di un padre e l’innocente venerazione di un figlio venga affrontato con una sensibilità che non giudica nessuno, che è lì solo per osservare e constatare, lasciando allo spettatore la libertà di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un film maturo e interessante, impulsivo come il suo trio di protagonisti, dove la fiamma dell’odio e dell’amore brucia, nonostante la pioggia.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 12 dicembre 2008

Regia: Gabriele Salvatores
Con : Elio Germano, Filippo Timi, Fabio De Luigi, Angelica Leo, Vasco Mirandola, Ludovica Di Rocco, Alvaro Caleca, Alessandro Bressanello
Nazionalità: Italia
Durata: 103'
Anno: 2008
Genere: Drammatico

THE MILLIONAIRE

By Ufficio Stampa Universy Tv on 10:37

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THE MILLIONAIRE di Danny Boyle

Sembra incredibile, ma questo film è la prova di come si possa realizzare un film sull’amore, sul disagio giovanile, sulla povertà, sulla voglia di sognare, sulla famiglia, sulla vita di tre persone, mettendo alla base di tutto la partecipazione a un quiz televisivo. Danny Boyle realizza la sua opera più matura, insinuando il dubbio che abbia diretto un film forse addirittura migliore del suo cult “Trainspotting”, nonostante si tratti di pellicole profondamente differenti tra loro. Fatto sta che “The Millionaire” è un film impeccabile, magnifico nella messa in scena: Boyle è magistrale nel catturare il meglio delle atmosfere di Bollywood, inserendo la giusta dose della sua esperienza occidentale e tirando fuori un prodotto di qualità ma allo stesso tempo adatto a sbancare i botteghini di tutto il mondo.
Jamal, un giovane cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai, è arrivato alla domanda finale del quiz televisivo più famoso di tutta l’India: “Chi vuol essere milionario?”. Ma come ha fatto a rispondere esattamente ad ogni domanda ed arrivare fino al punto di poter vincere 20 milioni di rupie? Forse ha barato, come pensa il conduttore del programma e la polizia indiana, oppure è semplicemente fortunato? Potrebbe essere un genio, come pensano gli spettatori, o probabilmente era destino. Alla vigilia della trasmissione in cui dovrà rispondere all’ultima domanda, Jamal viene sequestrato dalla polizia e interrogato sulla questione. Il ragazzo sarà costretto a spiegare ogni risposta data fino a quel momento, e da ogni risposta uscirà fuori la sua storia: l’infanzia negli slum, la morte della madre, la fuga con il fratello e, punto fondamentale, l’amore per Latika.
La vita è una scuola, imparare dall’esperienza di tutti i giorni è il modo migliore per affrontare il presente, e Jamal mette in pratica questo dogma portando la sua semplicità e la sua bontà alla ribalta nazionale, nonostante l’ostilità di un conduttore egocentrico, anche lui proveniente dalla strada, che sente il pericolo di essere messo in ombra dal “ragazzo del tè”. La meravigliosa Mumbai si dimostra la scenografia ideale sulla quale si muovono le vite di Jamal, di suo fratello Salim e dell’amata Latika: i colori della città, il confine labile tra i suoi estremi di povertà e di ricchezza, di onestà e di criminalità, di bontà e di cattiveria, la forte presenza di un commento musicale perfetto; il tutto sotto lo sguardo esperto del britannico Danny Boyle, capace di ibridare un melodramma tipicamente bollywoodiano con i ritmi serrati e le scene d’azione alle quali ci ha abituato il cinema occidentale. Una vera meraviglia per gli occhi e per il cuore.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 5 dicembre 2008

Regia: Danny Boyle
Con : Anil Kapoor - Dev Patel - Mia Drake
Nazionalità: Inghilterra
Durata: 120'
Anno: 2008
Genere: Inghilterra

IL GABBIANO

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Recensione:

TEATRO ELISEO
"IL GABBIANO"
regia di Marco Bernardi
Dal 2 al 14 dicembre 2008

Teatro Stabile di Bolzano presenta all'Eliseo "Il Gabbiano", celebre testo di Anton Cechov del 1895 passato alla storia per il grande flop della prima messa in scena pietroburghese e per il grande trionfo della seconda versione, moscovita, che vide alla regia Konstantin Stanislavskij. La critica teatrale ritiene che il merito del successo di Cechov drammaturgo sia proprio del regista russo, il primo a mettere in evidenza la comicità dell'autore e a cancellare l'aura grigia con cui i contemporanei lo dipingevano.
In questo spettacolo, per la regia di Marco Bernardi, la comicità c'è, si presenta al momento giusto, smorza l'andamento tragico dei fatti e dà la possibilità di comprendere appieno le tematiche, di grande valore, contenute nel testo.
I personaggi sono veri, autentici, virtuosi e viziosi, reali, grazie anche all'interpretazione degli attori. Certo qualcuno spicca su gli altri, a mio modesto avviso, cito due su tutti: Carlo Simoni, eccezionale, già dalla prima battuta ha avuto tutto il pubblico in pugno, infine "Paolina" moglie dell'amministratore della tenuta di Sorin, Samraev, che si è presentata timidamente (data la parte) ma che ha catturato la mia attenzione per sinuosità ed eleganza.
Lo spettacolo, che sfiora le 3 ore di durata, non si presenta assolutamente pesante, scorre e neanche i forti temi trattati, come: i conflitti generazionali, l'amore impossibile, la morte, l'odio, la gelosia e tanto altro ancora, riescono ad appesantire lo spettacolo, che permette una visione soggettiva ed oggettiva allo stesso tempo degli eventi rappresentati.
Le ultime parole di questo breve testo (parlo del mio) sono tutte per lo scrittore, si Cechov, ma anche i tanti scrittori del dramma: Trigorin e Konstantin per esempio. Durante lo spettacolo mi chiedevo chi di loro rappresentasse Cechov, chi fosse a sua immagine e somiglianza (ipotizzando che ci sia un'influenza autobiografica) quali i motivi che lo spingevano a scrivere, quali le sue preoccupazioni?
Poi il sipario si è chiuso e alle mie domande, forse, ci sarà risposta, ma ringrazio chi me ispirate. Grazie.

Lucrezia Lanza

altre informazioni sullo spettacolo

MAX PAYNE

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MAX PAYNEdi John Moore

Ancora cinema e videogames

Hollywood negli anni 2000 ha dimostrato che, quando le idee originali mancano, tutto fa brodo: la tendenza dell’ultimo decennio ha fatto sì che venissero prodotti in buona parte remake (non solo di film del passato, ma anche di pellicole recenti: vedi gli horror asiatici), soggetti tratti da serie televisive di successo, e soprattutto film tratti da videogiochi, per attirare a sé quella gran fetta di pubblico rappresentata dagli adolescenti, i frequentatori più assidui dei multisala. Da questo punto di vista “Max Payne”, tratto da un videogame di grande successo (il più venduto in Italia nel 2001), si dimostra un prodotto commerciale di sicuro affidamento, con il suo protagonista dall’alone misterioso, oscuro e maledetto, e quelle atmosfere noir che il cinema ormai sfrutta fino alla nausea.
Max Payne (Mark Wahlberg) è un poliziotto asociale e del tutto anticonformista: la sua ossessione è la vendetta nei confronti di coloro che hanno assassinato sua moglie e sua figlia. Ogni giorno Payne cerca di portare avanti le sue indagini, ma non riesce a trovare nessuna risposta, finché degli strani omicidi sembrano avere un collegamento con il “suo” caso. Per Max Payne comincerà un viaggio tra i meandri della città e i piani alti di una società farmaceutica, inseguendo le tracce di una misteriosa droga, la “Valchiria”.
Il regista John Moore, prima di film come “Behind Enemy Lines” e il remake di “Omen”, si è fatto le ossa nel mondo della pubblicità, e si vede: il film ha un ritmo da spot televisivo, a tratti serrato, e una fotografia curata ma eccessivamente falsa, ricoperta da una patina noir che anziché rendere l’atmosfera più cupa e angosciante dà l’impressione di trovarci di fronte a un qualcosa di eccessivamente forzato, poco credibile (da questo punto di vista l’atmosfera del videogame è pienamente ricreata: se l’effetto è voluto allora può dirsi ben riuscito). I fan del videogioco tuttavia non resteranno delusi dai virtuosismi di Moore: persino l’effetto bullet-time in slow motion, una delle caratteristiche del gioco, è stato ricreato in modo impeccabile nelle scene più adrenaliniche. In tutto ciò Mark Wahlberg sembra essere il volto giusto per il film, la mascella dura e lo sguardo triste e rabbioso conferiscono profondità al suo antieroe, ben supportato da Mila Kunis, famosa negli States come la voce di Meg nella fortunata serie de “I Griffin”. “Max Payne” si dimostra dunque un prodotto di sicuro successo per quel che concerne il suo target di riferimento, l’altra faccia della medaglia però non è così sorridente: chi non ama il genere si potrebbe ritrovare a combattere contro i fantasmi della noia.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 28 novembre 2008

Regia: John Moore
Con : Mark Wahlberg, Mila Kunis, Beau Bridges, Donal Logue, Ludacris
Nazionalità: Usa
Durata: 100'
Anno: 2008
Genere: Azione


SOLO UN PADRE

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SOLO UN PADREdi Luca Lucini

Uno scapolo e un bebè

Non capita spesso di vedere un film italiano tratto da un romanzo straniero: adattare una storia ambientata dall’altra parte del mondo alla realtà italiana ha i suoi rischi e i suoi pericoli, è una sfida con la quale non tutti si cimenterebbero, ma che il regista Luca Lucini ha raccolto senza paura, riuscendo nel complesso a uscirne a testa alta. “Solo un padre” è infatti tratto da un romanzo dell’australiano Nick Earls, “Perfect Skin” (in Italia pubblicato con il titolo “Avventure semiserie di un ragazzo padre”), una storia che ha dato a Lucini l’opportunità di imprimere una svolta alla sua evoluzione artistica, dopo aver girato solo film generazionali( “Tre metri sopra il cielo”) e commedie (“L’uomo perfetto” e il recente “Amore, bugie e calcetto”). Con “Solo un padre” il regista si è messo finalmente alla prova con un film più maturo, dove l’equilibrio tra la commedia e il dramma è sottile e ben bilanciato.
Carlo (Luca Argentero), giovane e indipendente, è un ragazzo padre: la sua vita ruota attorno al lavoro e alla piccola Sofia, sua figlia, la bambina che si è ritrovato improvvisamente a dover crescere da solo. Nonostante l’affetto dei genitori e una cerchia di amici affidabili e adorabili, Carlo lotta tutti i giorni con le difficoltà di un ruolo che non si aspettava di dover affrontare da solo e per il quale continua a ripetersi di non essere ancora pronto, nonostante le attenzioni per la sua bambina sembrino dimostrare il contrario. L’incontro con una ragazza francese, Camille (Diane Fleri), sembra la ventata di freschezza e soprattutto di normalità di cui Carlo aveva assolutamente bisogno, ma dietro ad ogni sorriso sembra esserci un’ombra, e dietro ad ogni ombra sembra esserci un sorriso.
Una prima parte sicuramente riuscita e funzionale, dove i registri comici e i toni drammatici si mescolano senza risultare mai invadenti, fino a sfociare in un finale dove la chiave drammatica si ritrova a dominare gli eventi, dando alla pellicola un tocco di banalità che sembrava decisamente non appartenergli. Il risultato finale si può dire comunque positivo, merito anche del sorprendente Luca Argentero, piuttosto a suo agio in un personaggio complesso, e della bellissima Diane Fleri, francese di nascita e romana d’adozione, che ha regalato al film grazia, freschezza e la solarità di cui aveva bisogno. La quotidianità di un padre solo che non è “solo” un padre, le note dei REM (“Everybody Hurts”) e il dolce accento francese di Diane Fleri. Di che altro avete bisogno?

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 28 novembre 2008
Regia: Luca Lucini
Con : Luca Argentero, Diane Fleri, Fabio Troiano, Anna Foglietta, Sara D'amario

Nazionalità: Italia

Durata: 93'
Anno: 2008
Genere: Commedia



UniversyTv su Rai3

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Giovedì 4 dicembre 2008
ore 08:15 su Rai3UniversyTv
a "LA STORIA SIAMO NOI"
non perdete l'appuntamento!!!

BOLT

By Ufficio Stampa Universy Tv on 06:39

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BOLTdi Chris Williams e Byron Howard

La Disney non sbaglia un colpo

C’era una volta Lassie, il primo grande eroe a quattro zampe al quale seguirono sul piccolo schermo Rin Tin Tin e il commissario Rex, per citare i più celebri. La Disney non fallisce il colpo, puntando su un bellissimo cane dal pelo bianco che ribalta in un certo senso la tradizione canina di cinema e serie tv: laddove una volta si ammiravano cani-eroi senza esitazioni e senza paura, stavolta ci troviamo di fronte ad un cane eroico “per finta”, costretto dunque a misurarsi con una realtà dove l’eroismo non gli è regalato dall’industria televisiva, ma deve essere ricercato nel profondo del suo essere, e dove imparerà a capire che i valori dell’amicizia e l’amore per gli altri sono i superpoteri più belli che si possano desiderare.
Per Bolt, cane bellissimo quanto intelligente, ogni giorno è una vera avventura: inseguimenti, missili, bombe, elicotteri, rapimenti e misteri. Grazie ai suoi superpoteri riesce a proteggere la sua amata padroncina Penny dai tentacoli dell’organizzazione capeggiata dal malefico uomo dall’occhio verde. Per Bolt questa è la quotidianità, ovvero una serie televisiva hollywoodiana di grande successo, di cui lui è il protagonista indiscusso, a sua insaputa: Bolt infatti crede veramente di vivere le avventure che vengono messe in scena davanti al suo muso, pensando al suo superlatrato come al più grande dei suoi poteri. Al termine di una nuova puntata però Bolt viene per sbaglio imballato e spedito a New York, dove le cose non sono più le stesse: lo sguardo incendiario non brucia più niente, il superlatrato è puro e semplice abbaiare, i morsi della fame e ferite che sanguinano sono una novità assoluta per lui. Il suo unico pensiero è tornare a Hollywood da Penny, e dovrà servirsi di due compagni di viaggio del tutto improbabili per riuscirci: la cinica gatta Mittens e il fanatico criceto Rhino. Nel frattempo capirà la sua vera natura, e si approprierà della bellezza delle cose semplici della vita.
La Disney punta alla grande su questo nuovo eroe, impegnandosi anche nella distribuzione del film nelle sale attrezzate per la visione in 3D, dimostrando di credere più di chiunque altro nel futuro e nello sviluppo di questo nuovo formato, che vedrà Bolt in 3D proiettato in 31 sale italiane.
Il cinema d’animazione dimostra di non essere più (se mai lo è stato) un genere solo per i più piccoli, confermandosi di volta in volta al passo coi tempi: in questo caso una sottile critica al cinismo del mondo cinematografico e televisivo, impersonato dall’agente di Penny e dai produttori della serie, senza lasciare da parte una morale che si dovrebbe tenere sempre bene a mente: i veri superpoteri a disposizione di tutti sono l’amore e l’amicizia, e la felicità è nella bellezza delle piccole cose.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 28 novembre 2008

di Chris Williams e Byron Howard
Durata: 96'
Nazionalità: USA
Anno: 2008
Genere: Animazione


SHAKESPEARELOW

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Recensione:

TEATRO ELISEO
“SHAKESPEARELOW.
Bassi, balordi ignavi”

Lezione-spettacolo su brani di William Shakespeare
Testo e regia Giancarlo Sepe
Mercoledì 26 novembre 2008

In scena al teatro Eliseo fino al 19 dicembre, ShakespeareLow non è uno spettacolo su William Shakespeare o sui suoi testi, ma prendendo come riferimento il grande drammaturgo si avventura in un percorso più ampio che va al di là di un particolare periodo storico.
Fiumi di letteratura sono stati versati sulle grandi figure uscite dalla penna di Shakespeare: ma che dire delle veloci apparizioni, non per questo meno vive, di tanti personaggi indispensabili per la riuscita e spesso per l’esistenza stessa dei drammi? Con l’aiuto del capocomico Luca Biagini, tramite tra il pubblico e gli attori, con l’auspicio di rendere un “Servizio Sociale” si cerca di “scavare in fondo fino alle origini del dramma shakespeariano” proprio attraverso i personaggi minori, superfici riflettenti nelle quali non possiamo fare a meno di vedere noi stessi e i meccanismi che regolano i rapporti umani, verso una maggiore comprensione del teatro e della vita.
Dalla Londra bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale, che rimane sul palcoscenico come sottofondo celato allo sguardo del pubblico dal sipario, risorge in un moltiplicarsi di voci la Londra elisabettiana dei teatri oltre il fiume; teatri in chiusura che, se pur per ragioni diverse, fanno pensare malinconicamente alla condizione attuale.
Gli attori si muovono in platea, parlando a se stessi, recitando contemporaneamente le loro parti più per il pubblico dell’immaginario teatro londinese che per gli spettatori in sala, i quali sono a loro volta nella scena e delimitano lo spazio di azione della compagnia.
Una scenografia essenziale, costituita a volte da riflessi di specchi; giochi di luce e di ombre creati dagli stessi attori, in continuo movimento o addirittura in corsa per la platea, alla ricerca del senso: ma il senso di cosa? Il senso dell’opera di Shakespeare, dei suoi personaggi e dell’uomo nascosto dietro ad essi; e naturalmente il senso del teatro, la sua funzione sociale, la sua capacità catartica in momenti di crisi sociale e non solo.
E di catarsi si può parlare anche per lo spettacolo di Giancarlo Sepe, che ci regala alcuni spunti di riflessione inseriti in una messa in scena travolgente, lasciando allo spettatore la sensazione di un sogno, movimentato ma molto piacevole, sull’indimenticabile Bardo.

Laura Ariemma


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THE ORPHANAGE

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THE ORPHANAGE
di Juan Antonio Bayona

La casa infestata sembra fortunatamente non passare mai di moda, soprattutto quando oltre ai fantasmi del passato ospita un cinema ben curato nei particolari come quello del regista esordiente Juan Antonio Bayona, pupillo di Guillermo Del Toro (che ha prodotto la pellicola), e cineasta emergente della cinematografia spagnola, una scuola di cinema che si sta specializzando sempre più nel genere fantasy-horror, attirando su di sé l’attenzione degli appassionati di cinema di tutto il mondo (per non parlare dei soldi di Hollywood). “The Orphanage” arriva in Italia forte di 7 premi Goya vinti e di ben 4 candidature agli European Film Awards, tra cui quella per il miglior film.
Laura, dopo un’infanzia felicissima trascorsa in un orfanotrofio in riva al mare, torna con marito e figlio adottivo in quella stessa casa con l’intento di realizzare un centro per bambini disabili. Il piccolo Simon, affascinato dalla nuova casa, comincia a fare amicizia con dei bambini (apparentemente) immaginari: il padre non sembra dar peso a queste fantomatiche amicizie, giustificando il tutto con la solitudine che è costretto ad affrontare il bambino, Laura invece sembra avvertire un leggero turbamento, il suo legame con il passato e con quella casa sembra comunicarle qualcosa. Quando Simon sparisce misteriosamente nel nulla, Laura sarà costretta ad indagare nel passato del suo orfanotrofio, scoprendo scheletri negli armadi e i segreti inconfessabili di quella che era la sua “isola che non c’è”.
Un horror che sembra attingere dai classici recenti del genere, pur offrendo spunti totalmente originali: se da un lato la casa e i fantasmi di Bayona sembrano essere in debito con il maniero di Amenabar (“The Others”) e la grande villa di Del Toro (“Il labirinto del Fauno”), dall’altro riesce a differenziarsi dai capisaldi fanta-horror della cinematografia spagnola inserendo la favola di Peter Pan riarrangiata e citata in chiave del tutto diversa. Una pellicola dove la paura non emerge da effetti sonori e visivi sparati a tutto spiano come in molti horror americani, ma dove il senso di smarrimento dei suoi personaggi e l’atmosfera malsana del luogo sono i principali motivi di turbamento. In Spagna si vive bene, il governo funziona, la nazionale di calcio è campione d’Europa, e ora si cominciano a produrre anche film di grande qualità: l’Europa è ai suoi piedi.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 14 novembre 2008

Regia: Juan Antonio Bayona
Con Belen Rueda, Fernando Cayo, Roger Príncep, Mabel Rivera, Montserrat Carulla, Andrés Gertrúdix, Edgar Vivar, Geraldine Chaplin
Durata: 100'
Nazionalità: Messico, Spagna
Anno: 2007
Genere: Horror

UN GIORNO D'ESTATE

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TEATRO PICCOLO ELISEO
"UN GIORNO D'ESTATE" di Jon Fosse
diretto da Valerio Binasco
Dall'11 al 7 dicembre 2008

L’11 novembre alle ore 20.45 ha debuttato in prima nazionale al Piccolo Eliseo Patroni Griffi “Un giorno d’estate”, di Jon Fosse, diretto da Valerio Binasco, che ha completato così la trilogia dedicata all’autore norvegese, dopo “Qualcuno arriverà” e “E la notte canta”.
“Un giorno d’estate” racconta del tentativo di un amore di farsi assoluto, totalizzante, idillico, e del suo fallimento. Una coppia di amanti sceglie di lasciare la città e la vita sociale per andare ad abitare in una vecchia casa isolata affacciata su un fiordo. Tuttavia la solitudine non porterà ai due felicità, ma malinconia. Ed è proprio la malinconia il sentimento che emerge maggiormente dallo spettacolo. Una malinconia trattata con leggerezza, ed è proprio questo, afferma Valerio Binasco, uno dei motivi di fascino che lo hanno spinto a dedicarsi a Jon Fosse. Lo spettacolo, in fondo, non è che un gioco, un gioco che unisce passato e presente, giovinezza e vecchiaia, speranze e disillusioni. Ma in questa leggerezza, in questo gioco non fatica ad emergere la poesia di questo testo, che alterna abilmente silenzi a monologhi lunghi e veloci.
Scenografia minimalista: tre pareti bianche e quattro sedie. Quello che più importa è quello che c’è ma non si vede: la finestra, di fronte alla quale ci si ferma a guardare il mare, sentire le onde che pulsano, ascoltare la pioggia. Nell’attesa di un qualcosa che non avverrà.

Simone Saponieri

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RE LEAR

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TEATRO ELISEO
"RE LEAR" di William Shakespeare
con EROS PAGNI
Dall'11 al 30 novembre 2008


L’unidici novembre ha debuttato al teatro Eliseo di Roma il Re Lear con la regia di Marco Sciaccaluga. Lo spettacolo è una rilettura rigorosa del testo di Shakespeare dalla notevole durata.
Sciaccaluga sceglie di portare in scena il testo nella nuova traduzione di Edoardo Sanguineti (scrittore e critico tra i fondatori del gruppo 63 ) che svolge un interessante lavoro sul linguaggio. Lo scrittore rispetta infatti l’originale costruzione dell’opera fatta di prosa e di versi ma ne attualizza la lingua, ne risulta così un linguaggio particolarmente contemporaneo, un’operazione sicuramente di rischio e degna di nota.
La tragedia - sicuramente una tra le più apprezzate e rappresentate di Shakespeare - è scritta tra i primi anni del Seicento ed è tratta dalla leggenda di Leir, re di Britannia prima che questa diventasse parte dell’Impero Romano. Una storia primitiva, già nota prima che Shakespeare la riscrivesse.
Ed è proprio in questa dimensione arcaica che Sciaccaluga sembra voler inscrivere il suo spettacolo. Lo vediamo già dalle belle ed essenziali scene di Valeria Manari. Tutta l’azione si svolge in uno spazio semicircolare con un tetto: un po’ capanna, un po’ tempio, un po’ tendone da circo…che grazie ai cambi di scenografia avvenuti in scena assume di volta in volta la veste di un luogo diverso. Anche i costumi, sempre della Manari, si ispirano a civiltà antiche, kimono con evidenti richiami all’oriente.
Il regista si concentra soprattutto sulla “pazzia”, chiave è la figura del fool, fedele compagno di viaggio di Re Lear, probabilmente l’altra metà di se stesso. Il tradimento che porta alla follia e alla fine un messaggio privo di speranza.
Il regista ha voluto enfatizzare la dimensione delle emozioni primordiali ambientandole in questo mondo barbarico, primitivo, senza tempo e senza spazio, proprio perché sono passioni dell’umanità tutta, universali, come solo Shakespeare sa essere.
Ci troviamo davanti a un palcoscenico di freaks, circensi anche nell’aspetto, che sono poi rappresentanti dell’umanità: “quando nasciamo piangiamo perché ci troviamo in questo palcoscenico di fool”, dirà Re Lear.
Uno spettacolo dalle buone potenzialità, se non altro perchè parte da un testo grandioso, che però delude soprattutto dal punto di vista della recitazione: Eros Pagni, con un’impostazione molto classica che non rientra nelle dinamiche innovative del testo. Gli attori della Compagnia del Teatro Stabile di Genova, solo alcuni dei quali bravi, notevole l’interpretazione di Vito Saccinto nei panni del fool e quella di Gianluca Gobbi (Edgar).
Alla fine dello spettacolo rimane molto poco nel cuore dello spettatore, è tutto sopeso nell'aria e difficile da carpire. Questa è la nostra opinione ma siamo curiosi di scoprirela vostra. Commenta il nostro post.

Paola Granato

altre informazioni sullo spettacolo

SI PUO’ FARE

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

sezione SELEZIONE UFFICIALE

ANTEPRIMA|Fuori Concorso


SI PUO’ FARE di Giulio Manfredonia

“La follia è una condizione umana” dichiarava Basaglia “in noi la follia esiste ed è presente come la ragione. Il problema è che la società dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia, invece...”.
Prima dell’introduzione della legge 180/78 o Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano a volte utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall’ elettroshock alla malarioterapia. “Si può fare”, ambientato a Milano nei primi anni ’80, s’incarica di raccontare l’ Italia proprio nel periodo dell’entrata in vigore di questa legge.
Nello, un imprenditore ritenuto scomodo all’interno del sindacato, viene “nominato” direttore della cooperativa 180, un’associazione di persone con problemi di infermità mentale appena liberati dalla legge Basaglia. Scoprendo con stupore la vivacità e la voglia dei membri della cooperativa, Nello cerca con loro delle idee per entrare nel mondo del lavoro, sia per un autorealizzazione personale e dei pazienti che per sottrarsi alle elemosine dell’assistenza sanitaria.
Inizia così una tragicommedia interpretata da un serioso Claudio Bisio, perfetto nella parte dell’imprenditore amareggiato ma forte delle sue idee, supportato da un gruppo di attori talmente bravi, nella parte dei malati mentali, da sembrare veri. Forte nei sentimenti e negli argomenti trattati, Giulio Manfredonia si destreggia bene nel difficile ma reale problema di un’ evidente diversità non compresa, circondando il tema principale con le problematiche di un rapporto di coppia difficile a causa del lavoro intenso, con difficoltà sociali e burocratiche; il tutto trattato senza enfasi o drammaticità, ma in un racconto forte e arioso, che in alcuni punti fa sorridere e incanta, ma allo stesso tempo fa riflettere su temi delicati che appartengono alla società italiana, nel rispetto di chi convive e lavora con malati particolari.

Claudia Antignani

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Genere: Drammatico
Italia, 2008 – 111’

Regia: Giulio Manfredonia
Cast: C. Bisio, A. Caprioli, G. Battiston, G. Colangeli, R. Russo, A. Bosca, G. Calcagno, P. Ragusa, C.G. Gabardini.