BOLT

By Ufficio Stampa Universy Tv on 06:39

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BOLTdi Chris Williams e Byron Howard

La Disney non sbaglia un colpo

C’era una volta Lassie, il primo grande eroe a quattro zampe al quale seguirono sul piccolo schermo Rin Tin Tin e il commissario Rex, per citare i più celebri. La Disney non fallisce il colpo, puntando su un bellissimo cane dal pelo bianco che ribalta in un certo senso la tradizione canina di cinema e serie tv: laddove una volta si ammiravano cani-eroi senza esitazioni e senza paura, stavolta ci troviamo di fronte ad un cane eroico “per finta”, costretto dunque a misurarsi con una realtà dove l’eroismo non gli è regalato dall’industria televisiva, ma deve essere ricercato nel profondo del suo essere, e dove imparerà a capire che i valori dell’amicizia e l’amore per gli altri sono i superpoteri più belli che si possano desiderare.
Per Bolt, cane bellissimo quanto intelligente, ogni giorno è una vera avventura: inseguimenti, missili, bombe, elicotteri, rapimenti e misteri. Grazie ai suoi superpoteri riesce a proteggere la sua amata padroncina Penny dai tentacoli dell’organizzazione capeggiata dal malefico uomo dall’occhio verde. Per Bolt questa è la quotidianità, ovvero una serie televisiva hollywoodiana di grande successo, di cui lui è il protagonista indiscusso, a sua insaputa: Bolt infatti crede veramente di vivere le avventure che vengono messe in scena davanti al suo muso, pensando al suo superlatrato come al più grande dei suoi poteri. Al termine di una nuova puntata però Bolt viene per sbaglio imballato e spedito a New York, dove le cose non sono più le stesse: lo sguardo incendiario non brucia più niente, il superlatrato è puro e semplice abbaiare, i morsi della fame e ferite che sanguinano sono una novità assoluta per lui. Il suo unico pensiero è tornare a Hollywood da Penny, e dovrà servirsi di due compagni di viaggio del tutto improbabili per riuscirci: la cinica gatta Mittens e il fanatico criceto Rhino. Nel frattempo capirà la sua vera natura, e si approprierà della bellezza delle cose semplici della vita.
La Disney punta alla grande su questo nuovo eroe, impegnandosi anche nella distribuzione del film nelle sale attrezzate per la visione in 3D, dimostrando di credere più di chiunque altro nel futuro e nello sviluppo di questo nuovo formato, che vedrà Bolt in 3D proiettato in 31 sale italiane.
Il cinema d’animazione dimostra di non essere più (se mai lo è stato) un genere solo per i più piccoli, confermandosi di volta in volta al passo coi tempi: in questo caso una sottile critica al cinismo del mondo cinematografico e televisivo, impersonato dall’agente di Penny e dai produttori della serie, senza lasciare da parte una morale che si dovrebbe tenere sempre bene a mente: i veri superpoteri a disposizione di tutti sono l’amore e l’amicizia, e la felicità è nella bellezza delle piccole cose.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 28 novembre 2008

di Chris Williams e Byron Howard
Durata: 96'
Nazionalità: USA
Anno: 2008
Genere: Animazione


SHAKESPEARELOW

By Ufficio Stampa Universy Tv on 08:10

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Recensione:

TEATRO ELISEO
“SHAKESPEARELOW.
Bassi, balordi ignavi”

Lezione-spettacolo su brani di William Shakespeare
Testo e regia Giancarlo Sepe
Mercoledì 26 novembre 2008

In scena al teatro Eliseo fino al 19 dicembre, ShakespeareLow non è uno spettacolo su William Shakespeare o sui suoi testi, ma prendendo come riferimento il grande drammaturgo si avventura in un percorso più ampio che va al di là di un particolare periodo storico.
Fiumi di letteratura sono stati versati sulle grandi figure uscite dalla penna di Shakespeare: ma che dire delle veloci apparizioni, non per questo meno vive, di tanti personaggi indispensabili per la riuscita e spesso per l’esistenza stessa dei drammi? Con l’aiuto del capocomico Luca Biagini, tramite tra il pubblico e gli attori, con l’auspicio di rendere un “Servizio Sociale” si cerca di “scavare in fondo fino alle origini del dramma shakespeariano” proprio attraverso i personaggi minori, superfici riflettenti nelle quali non possiamo fare a meno di vedere noi stessi e i meccanismi che regolano i rapporti umani, verso una maggiore comprensione del teatro e della vita.
Dalla Londra bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale, che rimane sul palcoscenico come sottofondo celato allo sguardo del pubblico dal sipario, risorge in un moltiplicarsi di voci la Londra elisabettiana dei teatri oltre il fiume; teatri in chiusura che, se pur per ragioni diverse, fanno pensare malinconicamente alla condizione attuale.
Gli attori si muovono in platea, parlando a se stessi, recitando contemporaneamente le loro parti più per il pubblico dell’immaginario teatro londinese che per gli spettatori in sala, i quali sono a loro volta nella scena e delimitano lo spazio di azione della compagnia.
Una scenografia essenziale, costituita a volte da riflessi di specchi; giochi di luce e di ombre creati dagli stessi attori, in continuo movimento o addirittura in corsa per la platea, alla ricerca del senso: ma il senso di cosa? Il senso dell’opera di Shakespeare, dei suoi personaggi e dell’uomo nascosto dietro ad essi; e naturalmente il senso del teatro, la sua funzione sociale, la sua capacità catartica in momenti di crisi sociale e non solo.
E di catarsi si può parlare anche per lo spettacolo di Giancarlo Sepe, che ci regala alcuni spunti di riflessione inseriti in una messa in scena travolgente, lasciando allo spettatore la sensazione di un sogno, movimentato ma molto piacevole, sull’indimenticabile Bardo.

Laura Ariemma


altre informazioni sullo spettacolo

THE ORPHANAGE

By Ufficio Stampa Universy Tv on 01:50

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THE ORPHANAGE
di Juan Antonio Bayona

La casa infestata sembra fortunatamente non passare mai di moda, soprattutto quando oltre ai fantasmi del passato ospita un cinema ben curato nei particolari come quello del regista esordiente Juan Antonio Bayona, pupillo di Guillermo Del Toro (che ha prodotto la pellicola), e cineasta emergente della cinematografia spagnola, una scuola di cinema che si sta specializzando sempre più nel genere fantasy-horror, attirando su di sé l’attenzione degli appassionati di cinema di tutto il mondo (per non parlare dei soldi di Hollywood). “The Orphanage” arriva in Italia forte di 7 premi Goya vinti e di ben 4 candidature agli European Film Awards, tra cui quella per il miglior film.
Laura, dopo un’infanzia felicissima trascorsa in un orfanotrofio in riva al mare, torna con marito e figlio adottivo in quella stessa casa con l’intento di realizzare un centro per bambini disabili. Il piccolo Simon, affascinato dalla nuova casa, comincia a fare amicizia con dei bambini (apparentemente) immaginari: il padre non sembra dar peso a queste fantomatiche amicizie, giustificando il tutto con la solitudine che è costretto ad affrontare il bambino, Laura invece sembra avvertire un leggero turbamento, il suo legame con il passato e con quella casa sembra comunicarle qualcosa. Quando Simon sparisce misteriosamente nel nulla, Laura sarà costretta ad indagare nel passato del suo orfanotrofio, scoprendo scheletri negli armadi e i segreti inconfessabili di quella che era la sua “isola che non c’è”.
Un horror che sembra attingere dai classici recenti del genere, pur offrendo spunti totalmente originali: se da un lato la casa e i fantasmi di Bayona sembrano essere in debito con il maniero di Amenabar (“The Others”) e la grande villa di Del Toro (“Il labirinto del Fauno”), dall’altro riesce a differenziarsi dai capisaldi fanta-horror della cinematografia spagnola inserendo la favola di Peter Pan riarrangiata e citata in chiave del tutto diversa. Una pellicola dove la paura non emerge da effetti sonori e visivi sparati a tutto spiano come in molti horror americani, ma dove il senso di smarrimento dei suoi personaggi e l’atmosfera malsana del luogo sono i principali motivi di turbamento. In Spagna si vive bene, il governo funziona, la nazionale di calcio è campione d’Europa, e ora si cominciano a produrre anche film di grande qualità: l’Europa è ai suoi piedi.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 14 novembre 2008

Regia: Juan Antonio Bayona
Con Belen Rueda, Fernando Cayo, Roger Príncep, Mabel Rivera, Montserrat Carulla, Andrés Gertrúdix, Edgar Vivar, Geraldine Chaplin
Durata: 100'
Nazionalità: Messico, Spagna
Anno: 2007
Genere: Horror

UN GIORNO D'ESTATE

By Ufficio Stampa Universy Tv on 05:33

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Recensione:

TEATRO PICCOLO ELISEO
"UN GIORNO D'ESTATE" di Jon Fosse
diretto da Valerio Binasco
Dall'11 al 7 dicembre 2008

L’11 novembre alle ore 20.45 ha debuttato in prima nazionale al Piccolo Eliseo Patroni Griffi “Un giorno d’estate”, di Jon Fosse, diretto da Valerio Binasco, che ha completato così la trilogia dedicata all’autore norvegese, dopo “Qualcuno arriverà” e “E la notte canta”.
“Un giorno d’estate” racconta del tentativo di un amore di farsi assoluto, totalizzante, idillico, e del suo fallimento. Una coppia di amanti sceglie di lasciare la città e la vita sociale per andare ad abitare in una vecchia casa isolata affacciata su un fiordo. Tuttavia la solitudine non porterà ai due felicità, ma malinconia. Ed è proprio la malinconia il sentimento che emerge maggiormente dallo spettacolo. Una malinconia trattata con leggerezza, ed è proprio questo, afferma Valerio Binasco, uno dei motivi di fascino che lo hanno spinto a dedicarsi a Jon Fosse. Lo spettacolo, in fondo, non è che un gioco, un gioco che unisce passato e presente, giovinezza e vecchiaia, speranze e disillusioni. Ma in questa leggerezza, in questo gioco non fatica ad emergere la poesia di questo testo, che alterna abilmente silenzi a monologhi lunghi e veloci.
Scenografia minimalista: tre pareti bianche e quattro sedie. Quello che più importa è quello che c’è ma non si vede: la finestra, di fronte alla quale ci si ferma a guardare il mare, sentire le onde che pulsano, ascoltare la pioggia. Nell’attesa di un qualcosa che non avverrà.

Simone Saponieri

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RE LEAR

By Ufficio Stampa Universy Tv on 04:56

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TEATRO ELISEO
"RE LEAR" di William Shakespeare
con EROS PAGNI
Dall'11 al 30 novembre 2008


L’unidici novembre ha debuttato al teatro Eliseo di Roma il Re Lear con la regia di Marco Sciaccaluga. Lo spettacolo è una rilettura rigorosa del testo di Shakespeare dalla notevole durata.
Sciaccaluga sceglie di portare in scena il testo nella nuova traduzione di Edoardo Sanguineti (scrittore e critico tra i fondatori del gruppo 63 ) che svolge un interessante lavoro sul linguaggio. Lo scrittore rispetta infatti l’originale costruzione dell’opera fatta di prosa e di versi ma ne attualizza la lingua, ne risulta così un linguaggio particolarmente contemporaneo, un’operazione sicuramente di rischio e degna di nota.
La tragedia - sicuramente una tra le più apprezzate e rappresentate di Shakespeare - è scritta tra i primi anni del Seicento ed è tratta dalla leggenda di Leir, re di Britannia prima che questa diventasse parte dell’Impero Romano. Una storia primitiva, già nota prima che Shakespeare la riscrivesse.
Ed è proprio in questa dimensione arcaica che Sciaccaluga sembra voler inscrivere il suo spettacolo. Lo vediamo già dalle belle ed essenziali scene di Valeria Manari. Tutta l’azione si svolge in uno spazio semicircolare con un tetto: un po’ capanna, un po’ tempio, un po’ tendone da circo…che grazie ai cambi di scenografia avvenuti in scena assume di volta in volta la veste di un luogo diverso. Anche i costumi, sempre della Manari, si ispirano a civiltà antiche, kimono con evidenti richiami all’oriente.
Il regista si concentra soprattutto sulla “pazzia”, chiave è la figura del fool, fedele compagno di viaggio di Re Lear, probabilmente l’altra metà di se stesso. Il tradimento che porta alla follia e alla fine un messaggio privo di speranza.
Il regista ha voluto enfatizzare la dimensione delle emozioni primordiali ambientandole in questo mondo barbarico, primitivo, senza tempo e senza spazio, proprio perché sono passioni dell’umanità tutta, universali, come solo Shakespeare sa essere.
Ci troviamo davanti a un palcoscenico di freaks, circensi anche nell’aspetto, che sono poi rappresentanti dell’umanità: “quando nasciamo piangiamo perché ci troviamo in questo palcoscenico di fool”, dirà Re Lear.
Uno spettacolo dalle buone potenzialità, se non altro perchè parte da un testo grandioso, che però delude soprattutto dal punto di vista della recitazione: Eros Pagni, con un’impostazione molto classica che non rientra nelle dinamiche innovative del testo. Gli attori della Compagnia del Teatro Stabile di Genova, solo alcuni dei quali bravi, notevole l’interpretazione di Vito Saccinto nei panni del fool e quella di Gianluca Gobbi (Edgar).
Alla fine dello spettacolo rimane molto poco nel cuore dello spettatore, è tutto sopeso nell'aria e difficile da carpire. Questa è la nostra opinione ma siamo curiosi di scoprirela vostra. Commenta il nostro post.

Paola Granato

altre informazioni sullo spettacolo

SI PUO’ FARE

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

sezione SELEZIONE UFFICIALE

ANTEPRIMA|Fuori Concorso


SI PUO’ FARE di Giulio Manfredonia

“La follia è una condizione umana” dichiarava Basaglia “in noi la follia esiste ed è presente come la ragione. Il problema è che la società dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia, invece...”.
Prima dell’introduzione della legge 180/78 o Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano a volte utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall’ elettroshock alla malarioterapia. “Si può fare”, ambientato a Milano nei primi anni ’80, s’incarica di raccontare l’ Italia proprio nel periodo dell’entrata in vigore di questa legge.
Nello, un imprenditore ritenuto scomodo all’interno del sindacato, viene “nominato” direttore della cooperativa 180, un’associazione di persone con problemi di infermità mentale appena liberati dalla legge Basaglia. Scoprendo con stupore la vivacità e la voglia dei membri della cooperativa, Nello cerca con loro delle idee per entrare nel mondo del lavoro, sia per un autorealizzazione personale e dei pazienti che per sottrarsi alle elemosine dell’assistenza sanitaria.
Inizia così una tragicommedia interpretata da un serioso Claudio Bisio, perfetto nella parte dell’imprenditore amareggiato ma forte delle sue idee, supportato da un gruppo di attori talmente bravi, nella parte dei malati mentali, da sembrare veri. Forte nei sentimenti e negli argomenti trattati, Giulio Manfredonia si destreggia bene nel difficile ma reale problema di un’ evidente diversità non compresa, circondando il tema principale con le problematiche di un rapporto di coppia difficile a causa del lavoro intenso, con difficoltà sociali e burocratiche; il tutto trattato senza enfasi o drammaticità, ma in un racconto forte e arioso, che in alcuni punti fa sorridere e incanta, ma allo stesso tempo fa riflettere su temi delicati che appartengono alla società italiana, nel rispetto di chi convive e lavora con malati particolari.

Claudia Antignani

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Genere: Drammatico
Italia, 2008 – 111’

Regia: Giulio Manfredonia
Cast: C. Bisio, A. Caprioli, G. Battiston, G. Colangeli, R. Russo, A. Bosca, G. Calcagno, P. Ragusa, C.G. Gabardini.


RESOLUTION 819

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

sezione SELEZIONE UFFICIALE
CINEMA 2008|Concorso


RESOLUTION 819
di Giacomo Battiato

L’ultimo film di Giacomo Battiato, in concorso al Festival del Cinema di Roma, non ha bisogno di parole e di commenti riguardanti all’estetica, alla bellezza delle scene, alla qualità tecnica, alla bravura degli attori: “Resolution 819” infatti si eleva al di là di ogni possibile discussione cinematografica, per imporsi come un’opera necessaria, utile, interessante. Della strage di Srebrenica, il massacro peggiore avvenuto in Europa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il cinema ha ancora parlato troppo poco, motivo per cui una pellicola di questo spessore, che racconta e diffonde una storia così terribile, ha il diritto di non essere trattata soltanto come un’opera cinematografica. La “Risoluzione 819”, decretata dalle Nazioni Unite, rappresenta una garanzia e un impegno a proteggere e tenere al sicuro la popolazione musulmuna dell’enclave di Srebrenica, in Bosnia. Le truppe serbe del generale Mladic, sotto gli occhi impotenti dei caschi blu dell’ONU, nel luglio del 1995 invadono la zona protetta operando una “pulizia etnica” che in quattro giorni provoca il massacro di 8000 bosniaci. In seguito a questa strage, l’ONU invia in Bosnia un volontario per scoprire la verità su quanto accaduto: per l’investigatore francese Jacques Calvez si tratterà di un vero e proprio viaggio all’inferno, tra testimonianze, fosse comuni, resti umani e un odore rancido perennemente nell’aria, l’odore della morte.
La pellicola si limita a voler raccontare i fatti di Srebrenica, analizzando ogni indizio emerso dalle ricerche di Calvez e del suo team di specialisti. Restano negli occhi le dolorose scene di massacro, l’odore di putrefazione che dallo schermo della sala si insinua tra le poltrone del pubblico, colpendolo allo stomaco con la sua angosciante verità. Una lezione di storia che fa male, ma necessaria, che lascia interdetti di fronte alla banalità delle violenza e all’assordante silenzio che ci resta dentro dopo esserci posti un’inevitabile domanda: come è possibile tutto ciò?

Alessio Trerotoli

Regia: Giacomo Battiato
Con: Benoit Magimel, Hyppolite Girardot, Karolina Gruszka
Nazionalità: Francia, Polonia, Italia
Anno: 2008
Durata: 83'

EL ARTISTA

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione SELEZIONE UFFICIALE
CINEMA 2008|Concorso


EL ARTISTA
L'ARTISTA
di Mariano Cohn e Gastòn Duprat

Che cos’è l’arte? Per Andy Warhol l’arte è ciò che puoi riuscire ad ottenere da essa, per Pablo Picasso invece l’arte è una bugia che aiuta a realizzare la verità. Marcel Duchamp riteneva invece che l’arte non fosse nell’opera, ma nello spettatore, mentre per Cechov ciò che piace è arte, ciò che non piace non è arte. L’arte è questione di dibattito da secoli; diverse scuole di pensiero, artisti e filosofi hanno dedicato la loro esistenza nel cercare di dare una risposta, e la natura stessa di questo splendido film argentino è nella panoramica che si pone nei confronti dell’arte contemporanea, dove la linea che separa il mondo dell’arte da tutto il resto si è fatta inesorabilmente più sottile.
Jorge Ramirez svolge meccanicamente il suo lavoro di infermiere presso un istituto psichiatrico. Nella monotonia della sua vita irrompe l’anziano Romano, autistico, ma dallo straordinario talento artistico. Chiuso nel suo silenzio, che interrompe soltanto per chiedere le sigarette, Romano disegna dei quadri di grande spessore, che attirano immediatamente l’attenzione del suo infermiere. Jorge decide di appropriarsi dei lavori dell’anziano e di proporli ad una galleria d’arte spacciandosi per l’autore. Senza neanche rendersene conto si ritroverà ad essere un artista di culto, famosissimo e apprezzato in tutto il mondo, ma dovrà sempre continuare a fare i conti con l’ispirazione del suo assistito, a volte assente per ripicca nei confronti dell’infermiere plagiatore, e con l’assidua attenzione che il mondo dell’arte pone su questo nuovo grande artista, i cui silenzi di fronte alle domande dei critici d’arte sono letti come una straordinaria risposta alla crisi della società contemporanea piuttosto che esser visti per quello che sono: l’incapacità di un uomo di esprimere le sensazioni e le emozioni di fronte ad un’arte che non gli appartiene.
Diretto dalla coppia Cohn-Duprat, il film mette in mostra lo straordinario gusto estetico dei suoi autori: interamente girato con una lunga serie di inquadrature fisse, dove ogni sequenza sembra un’opera d’arte, negando in senso assoluto i movimenti di macchina e lasciando allo schermo il compito di porsi come cornice ideale di ogni quadro/inquadratura. Un film ironico ma allo stesso tempo riflessivo e profondo, capace di descrivere con bravura e maestria il difficile contesto dell’arte contemporanea e il paradosso per cui ogni uomo è un potenziale artista. Una delle migliori pellicole in concorso al Festival del Cinema di Roma.

Alessio Trerotoli

Nazionalità: Argentina, Italia
Regia: Mariano Cohn e Gastòn Duprat
Cast: Sergio Pangaro, Alberto Laiseca
Anno: 2008
Durata: 90'
Genere: Drammatico

ROCKNROLLA

By Ufficio Stampa Universy Tv on 02:35

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FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione PROIEZIONE SPECIALE


ROCKNROLLAdi Guy Ritchie

Dopo i grandi successi di “Lock & Stock” e “The Snatch”, Guy Ritchie torna ad occuparsi della malavita londinese andando a formare una sorta di trilogia del crimine. “Rocknrolla” conferma tutta la bravura di Ritchie nel raccontare e intrecciare storie di gangster e malviventi sempre caratterizzati alla perfezione, offrendo di volta in volta un prodotto originale senza però discostarsi mai dal suo stile: così come la musica ha vissuto la sua epoca brit-pop negli anni 90, così il cinema di Guy Ritchie, grazie al timbro caratteristico delle sue pellicole, può essere definito come brit-crime cinema, un sottogenere perfettamente inserito nel vasto filone dei gangster movie.

Londra è una metropoli in costante espansione: il campo dell’edilizia è un settore in costante crescita, su cui inevitabilmente si sono posati gli occhi di imprenditori senza alcuna morale, disposti a spargere sangue pur di ottenere il controllo. Sul campo dell’edilizia sono scesi a giocare i gangster, è il caso di Lenny Cole (Tom Wilkinson), il boss che controlla gran parte della città: licenze, permessi. Il classico gangster “vecchia scuola” (il preside di questa scuola, come si definisce lui stesso nel film), costretto a collaborare con la nuova ondata criminale giunta in città, rappresentata da un miliardario russo. La quantità di soldi in circolazione alletta tutti i criminali della città, come il gruppo di malviventi del “mucchio selvaggio” (tra cui One Two, interpretato da un grande Gerard Butler), la splendida contabile Stella. Quando tutti i criminali della città si cercano, si inseguono, si rincorrono, si contrastano, l’oggetto intorno al quale ruota tutta la storia, un quadro fortunato, finisce nelle mani del figlio di Lenny, una rockstar tossicodipendente, Johnny Quid, che diventerà ben presto parte integrante dell’intera vicenda.

Tra Guy Ritchie e Londra c’è senza dubbio un legame particolare, il regista sembra nutrirsi dei vicoli della città, dei suoi bassifondi, della sua controcultura, per creare quel tipo di atmosfera che si avvicina al Tarantino dei primi anni in quanto a ironia, spettacolarizzazione della violenza, ritmo e intrattenimento, senza dimenticare la bravura di Ritchie nel conferire ai suoi personaggi una connotazione sempre divertente e “cool”. Non mancano le scene memorabili, come l’inseguimento tra One Two e un gangster russo inarrestabile, e l’esecuzione del Notturno di Chopin da parte di Johnny Quid al pianoforte di un pub. Il finale del film promette un ritorno dei personaggi in un sequel dal titolo “Il vero Rocknrolla”, nell’attesa del prossimo film di Guy Ritchie, centrato su uno dei personaggi più celebri della cultura londinese: Sherlock Holmes.

Alessio Trerotoli


Regia: Guy Ritchi
Con : Gerard Butler, Jeremy Piven, Thandie Newton, Gemma Arterton, Tom Wilkinson, Jamie Campbell Bower, Idris Elba, Mark Strong, Toby Kebbell, Bronson Webb
Nazionalità: Gran Bretagna
Durata: 114'
Anno: 2008
Genere: Azione


PRIDE AND GLORY

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione ANTEPRIMA UFFICIALE|Concorso

PRIDE AND GLORY IL PREZZO DELL'ONORE
di Gavin O’Connor

Il 2008 a quanto pare è l’anno delle pellicole su famiglie di poliziotti o della corruzione all’interno della polizia: già in “American Gangster” avevamo avuto un assaggio del giro di mazzette tra criminali e poliziotti, nel finale de “I padroni della notte” invece un’azione illegale di un poliziotto viene coperta dai colleghi (il film tra l’altro racconta proprio di una famiglia di poliziotti). Il recente “La notte non aspetta” racconta ancora un caso di corruzione all’interno del distretto di polizia. In questo contesto “Pride and Glory” non spicca certo per originalità, dando l’impressione di raschiare un barile già svuotato di ogni interesse.

New York. Quattro agenti di polizia sono morti durante un’azione, mentre cercavano di introdursi nella casa di un noto criminale legato alla droga. Ogni cosa fa pensare che siano caduti in un’imboscata dovuta ad una soffiata arrivata agli spacciatori proprio da qualcuno all’interno del distretto di polizia. Tutti gli agenti della narcotici si mettono al lavoro per rintracciare il criminale; Edward Norton, anche se riluttante, viene convinto dal padre Jon Voight (capo dei detective) ad occuparsi del caso, spaventato all’idea di dover scavare e indagare all’interno del distretto guidato da suo fratello Noah Emmerich e all’interno del quale lavora suo cognato Colin Farrell. Indizio su indizio, Edward Norton si troverà ben presto di fronte ad una scelta morale difficile da sostenere: coprire la verità, proteggendo così la sua famiglia e l’istituzione che rappresenta, o adempire ai suoi doveri, lasciandosi andare alla lealtà e all’onestà.

La divisa conferisce a chi la indossa orgoglio e gloria, come da titolo, ma che succede se non si è più degni di indossarla? O’Connor indaga sulla fitta rete di segreti e verità nascoste che si nascondono dietro il muro delle istituzioni, grazie ad una storia di lealtà famigliare e senso del dovere: il film, nonostante tutto, può vantare l’alta qualità del cast (bravissimi Norton e Farrell, due facce della stessa medaglia) e della regia (O’Connor nella prima parte del film regala un bellissimo piano sequenza attraverso il quale attraversiamo il luogo del crimine insieme ai personaggi). In concorso al Festival del Cinema di Roma, “Pride and Glory”, nonostante le buone intenzioni e l’ottima resa di alcune sequenze, non sembra però regalare niente di nuovo ad un genere cinematografico come il thriller poliziesco già abbastanza ricco sia di orgoglio che di gloria.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Regia: Gavin O’Connor
Con : Colin Farrell, Edward Norton, Jon Voight, Noah Emmerich, Jennifer Ehle
Nazionalità: USA
Durata: 125'
Anno: 2008
Genere: Drammatico


Drei Litter

By Ufficio Stampa Universy Tv on 08:41

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Spot realizzato per il nuovo spettacolo della compagnia teatrale PONTEFOLLE

"Drei Liter"


Daniele Starnoni
Stefano Massa
Simone Saponieri

FRONTIERS

By Ufficio Stampa Universy Tv on 05:50

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FRONTIERSAI CONFINI DELL'INFERNO
di Xavier Gens

Sarebbe il caso di citare il titolo originale francese (un nome anglofilo con rimandi alle guerre stellari è notevolmente stonato con l’oggetto/film in questione): Frontière(s). Quindi sia il confine tra gli stati, che colloca il nostro mondo diegetico in quel punto tra la Francia e il Belgio che è tutto un buco di miniera, ma anche i confini, plurale imperativo, luogo/non luogo al di là dei limiti della civiltà, dei limiti della ragione, dei limiti dell’odio quando il Male assume i colori della follia da Superuomo.
E’ in una reale situazione al limite, dopotutto, che nasce il film di Gens, quegli scontri di manifestanti che seguirono la vittoria dell’estrema destra nell’ormai lontano 2002. Un clima che da subito è proiettato in un mondo di violenza, di rapine, di spari e di pestaggi, e dove fin dall’inizio del racconto la gente muore per mano d’altri uomini. Per arrivare nel corso del film, attraverso un ritmo ben sostenuto e al di là dei clichè di genere mai troppo ovvi, all’inevitabile condensazione della rabbia umana in continui corpo a corpo mutilanti e sanguinosissimi, i giovani da un parte (esclusi, stranieri e sconosciuti quanto gli attori, molto bravi) e i vecchi conservatori dall’altra. La rabbia di vita e la repressione patriarcale.
Se da un lato la situazione scenica è l’esplicita riproposizione survival delle porte che non vanno aperte, con tanto di famiglia cannibalescamente folle di stampo nazionalsocialista, d’altra parte la critica progressista è degna figlia dell’esemplare supermarket antrofagocitante dell’off-Hollywood anni ‘70.
Gens non si ferma tuttavia a Hooper e Romero nelle sue citazioni: da postmodernista forse inconsapevole, o da semplice amante consapevole, il regista, prossimo allo sbarco californiano nel prossimo Hitman, fa apparire sulla scena Cronenberg, Stephen King, Alien, dando un assaggio di cinema americano in territorio gallico. Ma non è solo una questione di cinefilia, è anche una questione di stile: Xavier Gens è stato aiuto regista europeo di Frankenheimer, Tsui Hark, Ringo Lam, ed in questa sua opera prima la brillante lezione è evidente.
Dunque, uno splatter se non d’autore da bravo artigiano, dotato del necessario per non far sparire la tensione e la paura e quindi per far rimanere lo spettatore incollato alla storia. Dopotutto è lo scopo del cinema, credo.
Se c’è un limite in questo divertente seppur macabro film, è nella riproposizione di un vecchio problema del mondo di celluloide: il nazista folle. Il nazismo malato di complessi edipici e di bulimia. Di sfrontata e folle crudeltà.
Se la critica sociale è sperata da Gens, e pure bene seminata, il facile figuro del folle gerarca, in mezzo ad altri ben riusciti mattoni dell’horror perfetto (il sesso, i rapporti morbosi, la fame), dipinge l’atrocità storica ancora una volta del colore della follia, e non permette di arrivare al cuore del rifiuto: se fossero stati matti, i nazisti non avrebbero ottenuto il potere...
Riduzione troppo semplicistica, ecco, forse è questo che pecca nella scelta dell’antagonista. L’essere nazista alla fine diventa, in questo genere di film, solamente un appellativo altro e in più, senza scatenare riflessioni troppo profonde. Uno spreco, insomma.
Ma non è questa che una piccola osservazione: nel complesso, Gens fa bene il suo lavoro, si discosta da una forte autorialità che potrebbe appartenergli come europeo e dimostra di saper lavorare nella cornice del genere.
Come a dire, il sangue è tanto ma non è gratuito in questi spazi di Frontière(s).
Ah, piccola nota finale: durante gli scontri iniziali proposti dal film, legati al contesto politico con la destra che ottiene le massime cariche, un commentatore tv riporta le accuse ufficiali ai facinorosi animatori degli scontri e duramente repressi dalla polizia. Credo che Gens abbia citato tutti, ma inconsapevolmente anche i cugini d’Oltralpe.

Damiano Brogna

Uscita film in Italia: 7 novembre 2008

Regia: Xavier Gens
Con: Karina Testa, Samuel Le Bihan, Estelle Lefebure, Aurélien Wiik, David Saracino
Durata: 103'
Nazionalità: Francia, Svizzera
Anno: 2007
Genere: Horror

Premiazione

By Ufficio Stampa Universy Tv on 05:30

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FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA


PREMIAZIONE


"Opium War" e "Resolution 819": Il Festival premia l’impegno politico e umano
In una sala Sinopoli gremita di giornalisti, politici, addetti ai lavori e centinaia di appassionati, ha avuto luogo l’attesa cerimonia di premiazione della terza edizione del Festival del Cinema di Roma. Sotto lo sguardo attento del presidente Rondi, che ha introdotto la serata ringraziando il pubblico per la partecipazione e per la votazione, quindi sono stati presentati i cinque membri della giuria, cinque critici cinematografici internazionali tra cui il nostro Edoardo Bruno.
Sezione Alice nella città (giuria sotto i 12 anni): Miglior film il francese “Magique!” di Philippe Muyl. Ha ritirato il premio il giovane protagonista del film, il piccolo Louis Dussol che ha approfittato dell’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno partecipato alle riprese, per poi leggere un messaggio del regista del film: “Non sono qui perchè avevo promesso di presentare una serata in un piccolo cinema di provincia, avevo dato la mia parola e non potevo non mantenerla. Il film è per tutti gli adulti che credono di sentirsi ancora bambini: io credo ancora nella dolcezza”.
Sezione Alice nella città (giuria sopra i 12 anni): Miglior film il britannico “Summer” di Kenny Gleenan, con Robert Carlyle. Ha ritirato il premio lo stesso regista: “Sei nervoso quando cerchi i soldi per i film, l’ansia poi resta durante la lavorazione e non parliamo di quando si riceve un premio così importante”.
Dopo i due premi della sezione “Alice nella città”, è arrivato il momento del Marc’Aurelio d’oro: una menzione speciale è stata ricevuta dal film “Aide toi, le ciel t’aidera” e “A Corte do Norte”. Il regista portoghese di quest’ultimo, Joao Botelho, ha ricevuto un applauso gonfio d’entusiasmo per le sue inaspettate parole: “Essere a Roma è stata un’esperienza bellissima, in particolare è stato stupendo vedere un milione di studenti per le strade a manifestare”. Assegnate le menzioni speciali, Donatella Finocchiaro (”Galantuomini”) e Bohdan Stupka (”With a warm heart”), hanno ricevuto il Marc’Aurelio d’oro per la migliore interpretazione femminile e maschile, quindi è arrivato il momento dei film in concorso.
Marc’Aurelio d’oro al miglior film, assegnato dalla critica: “Opium War” di Siddiq Barmak: “Porterò questo premio come segno di pace in Afghanistan”. La scelta della critica ha voluto premiare il regista dell’acclamato “Osama”, per il suo modo di trattare e di soffermarsi su un argomento delicato come la guerra in medioriente. Restano così a bocca asciutta film di grande spessore come l’apprezzatissimo “El Artista” (uno dei favoriti alla vigilia) e il tedesco “Shattenwelt”.
Marc’Aurelio d’oro al miglior film, assegnato dal pubblico: “Resolution 819″ di Giacomo Battiato, che ha ricevuto anche un premio di 75000 euro assegnato dallo sponsor BNL: “Questi soldi in parte andranno ai profughi bosniaci, vittime di una guerra che abbiamo avuto accanto, a cui abbiamo dato le spalle diventando per questo complici. Il resto lo userò per il mio prossimo film, quindi sono soldi che resteranno nel cinema”. Dalle voci che sfuggono incontrollate per i corridoi dell’Auditorium, il film di Battiato sembra aver avuto la meglio per una manciata di voti su “Il Passato è una terra straniera” di Vicari. “Resolution 819″ è stato premiato probabilmente più per la potenza del tema trattato che per la qualità effettiva del prodotto, un film di buona fattura che ha raccontato la strage di Srebrenica in Bosnia, nel 1995. Una pellicola forte e potente, che ha sensibilizzato il pubblico conquistandolo con la potenza della sua storia. Un premio inatteso ma meritato.
Il Festival si è chiuso con un grande finale pirotecnico, la cavea dell’Auditorium si è infatti illuminata a giorno sotto le luci dei fuochi d’artificio, mentre in sottofondo scorrevano le musiche di John Williams (”Guerre Stellari”) ed Ennio Morricone (”C’era una volta il West”).

Alessio Trerotoli

I PREMI DI ALICE NELLA CITTÀ
-Premio Alice nella città (8 - 12 anni): MAGIQUE! di Philippe Muyl
-Premio Alice nella città (13 – 17 anni): SUMMER di Kenneth Glenaan

IL PREMIO ASSEGNATO DAL PUBBLICO
-Premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film: RESOLUTION 819 di Giacomo Battiato

I PREMI ASSEGNATI DALLA GIURIA DI CRITICI
-Premio Marc’Aurelio d’Oro al miglior film: OPIUM WAR di Siddiq Barmak
-Premio Marc’Aurelio d’Argento alla migliore interprete femminile: DONATELLA FINOCCHIARO per Galantuomini di Edoardo Winspeare
-Premio Marc’Aurelio d’Argento al miglior interprete maschile: BOHDAN STUPKA per Serce na dloni (With a Warm Heart / Il cuore in mano) di Krzysztof Zanussi

MENZIONI SPECIALI:
-A CORTE DO NORTE (Northern Land / La tenuta al nord) di João Botelho
-AIDE TOI, LE CIEL T’AIDERA (With a Little Help from Myself) di François Dupeyron

I PREMI ALLA CARRIERA
-Premio Marc’Aurelio d’Oro alla carriera all’Actors Studio. Ha ritirato il premio Al Pacino
-Premio Marc’Aurelio d’Oro alla carriera a Gina Lollobrigida

Vincitori premi collaterali

By Ufficio Stampa Universy Tv on 09:06

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FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM
DI ROMA

VINCITORI
PREMI COLLATERALI

Verdetti a sorpresa
Il Festival internazionale del film di Roma sta giungendo al termine, ma come in tutti i festival che si rispettino, freme il desiderio (spero non solo mio!) di scoprire quali saranno i vincitori delle varie sezioni, sperando di non rimanere delusi dai verdetti. Se nel pomeriggio in passerella avremo due “big” che chiuderanno la kermesse romana, Lollobrigida (premiata alla carriera presenterà il documentario autobiografico Gina Lollobrigida. Un simbolo italiano) e Ranieri (assente in conferenza stampa, ma atteso per la proiezione de L'ultimo pulcinella), la desolazione mattutina è stata smorzata dai primi risultati per quanto riguarda i cosiddetti “premi collaterali”, che sicuramente hanno destato qualche sorpresa tra gli addetti ai lavori.

    Il Premio L.A.R.A. (Libera associazione rappresentanza di artisti) al migliore interprete italiano tra i film in concorso in tutte le sezioni del Festival è stato assegnato a Michele Riondino, protagonista al fianco di Elio Germano del film di Vicari Il passato è una terra straniera. Menzione speciale in questa sezione, per tutto il cast del film di Giulio Manfredonia, Si può fare, presentato ieri sera tra le Anteprime fuori concorso.

  • Il Premio Cult al miglior documentario tra i 12 in anteprima nella sezione “L'Altro Cinema”, è andato a Gyumri di Jana Sevcikova.
  • Il Premio Enel Cuore al miglior documentario sociale, sempre tra quelli della sezione “L'Altro Cinema – Extra”, a Life. Support. Music. di Eric Daniel Metzgar.
  • Il Premio Farfalla d'oro Agiscuola, assegnato da una giuria di ragazzi di tutta Italia ad Aide toi, le ciel t'aidera di François Dupeyron.

Tutto questo come assaggio rispetto ai premi più ambiti che nel tardo pomeriggio verranno consegnati durante un evento speciale; nel corso delle premiazioni ufficiali, infatti, oltre al già citato Premio alla Carriera per la Lollobrigida, grande interprete del cinema nostrano, saranno premiati, nell'ambito della Selezione Ufficiale, il miglior film (per critica e per pubblico) e i migliori interpreti maschile e femminile; per la sezione “Alice nella città”, invece, che tante cose di alto livello ha saputo far vedere al pubblico, saranno premiati i migliori cortometraggi scelti dai ragazzi sotto e sopra i 12 anni d'età.

La terza edizione del festival si chiuderà con uno spettacolo pirotecnico serale , mentre nell'arco della giornata di domani, sempre all'Auditorium saranno proiettati i film premiati.

Patrizio Caruso

QUELL'ESTATE

By Ufficio Stampa Universy Tv on 08:32

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FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL
FILM DI ROMA
sezione ALICE NELLA CITTA'


QUELL'ESTATE
THAT SUMMER
di Guendalina Zamoagni

Film fresco, divertente. Una commedia dal sapore agrodolce, lontana dagli sfarzi di altri film “toscani” alla Pieraccioni, ma con un cast a metà tra esordi ed indubbia maturità artistica che ha contribuito alla realizzazione in modo assolutamente positivo: Alessandro Haber e Pamela Villoresi da una parte; Diane Fleri dall'altra solo per citare la rappresentante più nota di un gruppetto di giovani e giovanissimi attori, o aspiranti tali, che fanno di questo film un piccolo diamante. Buon risultato per una produzione a basso budget e tempi di produzione strettissimi.
Opera d'esordio di Guendalina Zampagni, basata su un soggetto scritto da Tommaso Avati (figlio di Pupi), il quale aveva inizialmente rinunciato alla regia ma ha poi contribuito alla sceneggiatura, “Quell'estate” riporta alla luce ricordi ed emozioni di una famiglia degli anni '80 in vacanza nella loro casa in Toscana.
Vittorio (Haber) e Marinella (Villoresi), sono padre e madre di questa famiglia, composta anche da Eleonora (la bellissima Fleri) e da Matteo (Jacopo Troiani).
Il film racconta le loro vicende, i loro desideri, le loro speranze, perché ognuno di loro ha bisogno di qualcosa; quel qualcosa che rende la situazione familiare così instabile e falsamente serena: Vittorio sta provando a ristabilirsi dai postumi di un attacco cardiaco; Marinella cerca di tirare avanti un rapporto che è diventato abitudine; Eleonora, ragazza madre, torna al paese per ritrovare l'amato Antonio e si ritrova alle calcagna uno sbadato e dolce ragazzo del paese, Giulio, entrato in casa per dare ripetizioni a Matteo.
Quest'ultimo è l'unico elemento “normale” in una famiglia in crisi, forse il più maturo, alle prese con la classica cotta adolescenziale per una ricca ragazza che con le sue cugine fa girare la testa a lui e ai suoi compagni di avventure (esilaranti per la loro genuinità di interpretazione).
L'estate che vivranno sarà importante perché, in un modo o nell'altro, cambierà le vite di tutti.
Un successo per il film della Zampagni potrebbe voler dire che in fondo c'è ancora speranza per film di qualità a basso budget, rispetto ai molti film di dubbio gusto che popolano le nostre sale.

Patrizio Caruso

Regia: Guendalina Zamoagni
Cast: Alessandro Haber, Pamela Villoresi, Diane Fleri, Jacopo Troiani

Italia, 2008 – durata 82'