Julie & Julia, Festival Internazionale del Cinema di Roma



di Nora Ephron


“Sesso, amore e cibo”. Queste sono le tre cose cui non si deve mai e poi mai rinunciare nella vita. Ce lo dice Meryl Streep, l’indiscussa protagonista di questa quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, e ce lo dice Nora Ephron con il suo film “Julie & Julia”, presentato tra le Anteprime Fuori Concorso.
Le storie di due donne, provvidenzialmente con lo stesso nome, si intrecciano su piani temporali differenti a raccontarci il loro bisogno di sentirsi realizzate e la loro ricerca della felicità.
Mentre Julia Child comincia la sua avventura nel secondo dopoguerra a Parigi, dove si è trasferita per seguire il marito Paul, impiegato dei servizi segreti americani, Julie Powell lavora in un’organizzazione costituitasi dopo l’11 Settembre per aiutare le persone colpite dall’attacco terroristico. Entrambe trovano nel cibo uno stimolo e una ragione per cambiare le proprie vite.
Infatti se Julia è la prima donna che riesce ad entrare nell’esclusiva scuola di cucina del “Cordon Bleu” e che rende accessibile agli americani l’arte della cucina francese con il celebre libro “Mastering the Art of French Cooking” (in collaborazione con Simone Beck e Louisette Bertholle) e poi con il programma televisivo “The French Chef”, Julie decide di iniziare a scrivere un blog su internet per testimoniare l’originale sfida che fa con se stessa: preparare alla perfezione le 524 ricette del libro di Julia Child in 365 giorni.
A supportare le due donne nelle loro imprese ci sono i loro due mariti, Paul Child ed Eric Powell, che con pazienza e tanto tanto amore, imparano ad accettare e a rispettare l’”ossessione” per il cibo delle compagne, facendo anche da assaggiatori ufficiali, e il loro desiderio di sentirsi coinvolte in qualcosa.
E’ impossibile non riconoscere, nella sua interpretazione della Child, la bravura della Streep, che prende possesso del personaggio con una sicurezza impressionante senza però finire nell’imitazione e nella caricatura. Ne dà invece una visione personale e divertente che comunque non adombra né la giovane Amy Adams, né l’eccellente marito cinematografico Stanley Tucci.
Una commedia dagli ingredienti freschi e dosati al milligrammo, che riesce a far ridere e a commuovere e soprattutto a ricordare che la vita è fatta anche di piccole gioie e dolci piaceri.

Graziana Mirabile

Bancs Publics, Festival Internazionale del Cinema di Roma



di Bruno Podalydès

Bruno Podalydès si presenta in sala, alla prima del suo film, con aria allegra, spensierata, anticipato da un’eccitato Mario Sesti (curatore della sezione Extra, che si riconferma anche quest’anno come la più interessante del Festival), visibilmente fiero di aver portato a Roma un film che è un concentrato del cinema francese più puro.
L’esilarante prologo nel quale Podalydès racconta una sua sfortunata ma divertente vicenda a Cannes fa pensare “se il buongiorno si vede dal mattino”. E il mattino fu.
Bancs publics è il film più bello visto finora al Festival; ironico, emozionante, delicato, non annoia nelle sue due ore piene e considerando una mole di attori (circa 86, tra i quali Chiara Mastroianni e Catherine Deneuve) degna di Ben Hur che si intrecciano in un groviglio di storie di vita quotidiana.
Dramma di partenza: al quarto piano di un palazzo di Versailles qualcuno ha appeso un inquietante striscione con scritta a bianca a fondo nero, “Uomo solo”.
Da qui, il film procede dividendosi in tre tempi, il primo dei quali si svolge nel palazzo di fronte, in un ufficio dove Lucie (Florence Muller) e le sue colleghe “fannullone” (come direbbe qualcuno in Italia) se ne accorgono e danno il via a una serie di ipotesi su chi possa essere, cosa voglia dire e perché.
L’indagine coinvolge tutti in poco tempo, dal basso fino al vertice dell’azienda in un susseguirsi di eventi.
In pausa pranzo, l’attenzione si sposta in un parco nella piazza vicina; qui l’atmosfera è più delicata, poetica e personaggi nuovi si inseriscono affiancandosi agli altri.
Tra giochi di bambini, tristi ricordi, amori delusi e sguardi incantati (meravigliosa la parte dei due adolescenti che si fissano per tutto il tempo senza dirsi una parola), il parco si anima di segreti, illusioni, e speranze sotto lo sguardo di un giovane barbone che fa quasi da padrone di casa.
Infine, si scatena il teatro dell’assurdo; l’incrocio di situazioni strane e comiche ha, infatti, il suo apice nel negozio di ferramenta all’angolo (lo stesso Podalydes ne è il proprietario nel film), dove impiegati improbabili e clienti di ogni genere creano momenti di una ilarità coinvolgente, fino al culmine esplosivo che ci accompagna al finale.
Bancs publics, terzo episodio della Railway station trilogy di Podalydès, può essere considerato una delle perle di questa quarta edizione, dondolandoci fino alla fine in una giostra di eventi e personaggi, come nei titoli di coda che girano in cerchio sulla panoramica dall’alto del parco dove si custodiscono segreti ed emozioni.

Patrizio Caruso

Oggi Sposi, Festival Internazionale del Cinema di Roma



di Luca Lucini


Il nuovo film di Lucini, presentato Fuori concorso al Festival internazionale del cinema, il pubblico l’ha già conquistato.
La proiezione è stata preceduta, intramezzata e conclusa da forti applausi di gradimento e risate convinte; anche se non si è amanti della “moderna” commedia all’italiana (il pensiero di un accostamento a quella autentica può far rabbrividire, ma tant’è!), fa comunque piacere pensare che ogni tanto non siano solo i cinepanettoni e affini targati Boldi-De sica a “divertire” con battute squallide, spesso di argomento sessuale.
Che non ci si faccia spaventare dal fatto che gli sceneggiatori, in realtà, sono gli stessi di quei film di Natale dei quali qui c’è fortunatamente solo un velato richiamo; non è un film a sketch, non è un film che mette in piazza i comici del momento che sciorinano le loro battute di fama televisiva e richiamano in sala il pubblico più affezionato.
“Oggi sposi” ha un cast d’eccezione, particolarmente eterogeneo, si passa da Dario Bandiera (buon duo con la Ragonese) a Michele Placido (a tratti eccezionale), affiancato da Lunetta Savino e Francesco Pannofino, nei panni di una famiglia pugliese delle più rustiche.
I personaggi seguono un percorso che li porta a ricongiungersi inesorabilmente nel corso del film: quattro coppie totalmente differenti una dall’altra, lontane per molti versi, ma legate da un filo comune, il giorno del matrimonio.
E’ quindi un countdown che alterna situazioni comiche a momenti senza i quali probabilmente lo spettatore sarebbe comunque sopravvissuto (vedi la festa di gemellaggio dopo il matrimonio tra Argentero e Atias con uno “spettacolare”, nel senso negativo del termine, miscuglio di balli indiani e taranta).
Note a parte meritano Filippo Nigro, uno che non ha niente da invidiare ad altri giovani attori più blasonati (per una sua battuta è partito l’applauso più lungo durante il film), e Francesco Montanari, che fortunatamente non ha pagato il parallelo impegno nella serie di Romanzo criminale a causa della quale poteva sembrare fuori ruolo (in fondo il personaggio traffichino e poco di buono, seppur lontano dal suo Libano, lo ritrova anche qui).
I due sono rispettivamente affiancati da Carolina Crescentini, che troviamo promessa sposa di un Pozzetto sempre in forma, e da Gabriella Pession, isterica showgirl passata di moda (ricorda troppo, volontariamente o meno, Eleonora Giorgi).
Insomma, non ha certo la genialità dello humor inglese o la delicatezza della commedia francese, ma con “Oggi sposi” anche in Italia si ride bene, pur se non a livello di un festival.

Patrizio Caruso

Up in the air, Festival Internazionale del Cinema di Roma



di Jason Reitman


Reitman scrive un soggetto, parte per Como e lo porta a Clooney. Clooney lo legge, e lo accetta.
Se il binomio regista-attore protagonista è parte fondamentale per la riuscita di un film, la pellicola presentata dai due a Roma avrà senza dubbio pieni consensi tra il pubblico (e se pensiamo che alla terza replica festivaliera gli organizzatori sono stati costretti a spostare “Tra le nuvole” nella sala più grande dell’auditorium, a discapito della premiere del mediocre “Lang zai ji”, è segno che il successo sarà garantito).
Ryan Bingham è un uomo sempre in volo, affascinante, carismatico, dalla fede incrollabile per il proprio lavoro che gli permette di evitare per gran parte dell’anno l’unica cosa che gli va stretta: il deprimente ritorno a casa, della quale non sente mai necessità.
Il suo è un mestiere che, al momento, per contrappasso, è tra i pochi a non risentire il peso della disoccupazione negli Usa: Bingham, infatti, è pagato per togliere il lavoro alle persone; è quello che nessun dipendente vorrebbe mai incontrare.
A turbare la quiete della sua vita fatta di soldi, successo e continui viaggi per il paese (oltre al suo grande obiettivo: arrivare a 10 milioni di miglia) è un’ambiziosa ragazza (Anna Kendrick) che propone al direttore dell’azienda (il fedele Jason Bateman) un nuovo metodo che garantisce l’abbattimento dei costi lavorando in sede e “licenziando” il personale via internet.
La libertà e gli obiettivi messi in discussione, l’incontro con una donna in carriera (Vera Farmiga), con la quale avvia un’esilarante quanto assurdo approccio nel bar di un hotel e il riavvicinamento “forzato” alla famiglia che ormai lo considera quasi un estraneo, lo mettono di fronte alla sua assoluta mancanza di radici e pongono l’attenzione sulla possibilità di cambiare.
Il film mette in luce il grave problema economico-finanziario che affligge da lungo tempo gli Usa e il resto del mondo (Reitman indica come questo sia solo un aspetto del film e che per quel tema bisognerebbe vedere “Capitalism” di Moore), ma soprattutto si concentra sulla precarietà dei rapporti umani, una “esile” critica all’apologia dell’individualismo che, in un mondo in continua comunicazione e in cui la distanza è abbattuta da ogni punto di vista, è ormai paradossalmente una realtà assodata e che, nel particolare, rappresenta una sorta di sconfitta del sogno americano.
Reitman è cresciuto tecnicamente rispetto a Juno, ma la perfezione della sceneggiatura, che non crolla quasi mai, a lungo andare può diventare stucchevole (con persone che perdono il lavoro e sono portate a credere che sia meglio così…e qualcuno ci crede!), anche se non è la solita commedia americana che chiunque si potrebbe aspettare.
Si ride e ci si interroga (per carità, non a livello esistenziale!)
Da sottolineare, ma per pura curiosità, la presenza di comparse licenziate realmente nella vita vera.
Buon film, tanti applausi, ma pur avendo vari consensi, non avrà in concorso vita facile come fu per la novità “Juno”.

Patrizio Caruso

After, Festival Internazione del Cinema di Roma



di Alberto Rodriguez

Trasgredire per una sola notte. Allontanarsi dalle abitudini opprimenti, dallo stress, da vite vuote. Ma tutto ciò solo per ritrovare dei vecchi amici o per un grande desiderio di fuga da sé stessi?
“After” pone questa domanda, senza darne soluzione; non che una soluzione debba esserci per forza: “il film parla di tre personaggi arrivati a un punto morto; un viaggio per tornare a un punto di partenza”, afferma lo stesso regista.
Perché l’ “After” del titolo è un dopo, una decisione sulle sorti della propria vita che non deve essere presa, o forse non vuole esserlo, al termine di una nottata di follie, di sesso, droga e feste. Niente è risolvibile nell’arco di una notte, figuriamoci il proprio futuro.
Il film è un racconto che parte da un momento della serata, torna indietro, si snoda attraverso i tre punti di vista dei protagonisti, Manuel, Julio e Ana, viene sviscerato e riportato alla luce fino all’epilogo finale.
Tre storie, tre individui, tre anime solitarie che cercano di farsi forza calandosi nei meandri più bui della trasgressione; ognuno ha il suo mondo, ognuno i suoi problemi, ognuno è una faccia diversa della solitudine, ma per una sera le loro individualità si uniscono, si mettono a confronto, si scontrano.
Basta, ad esempio, una bottiglia scagliata al muro senza un motivo apparente, oppure l’ossessiva ricerca di piacere onanistico a far (ri)emergere l’intrinseca depressione dei protagonisti, i quali passano da euforia a tristezza, da sorrisi a pianti nevrotici in un turbinio di situazioni che nel film vanno a ripetersi, ogni volta rinnovate da un pezzo del puzzle che ora c’è e che prima mancava.
Con un montaggio intricato ma funzionale, una sceneggiatura che diverte e turba, buone musiche e un cast molto affiatato (attori spesso coinvolti in scene di nudo), è uno dei film migliori di questo festival, il quale, seppure in tono minore rispetto agli altri anni, anche stavolta può vantare qualche “perla”.

Patrizio Caruso


Masked - Legami di Sangue

By StephWithPh on 03:25

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Dal 6 al 25 ottobre 2009

Teatro Due Roma, Sala Aldo Nicolaj
Vicolo due Macelli, 37 – Tel. 06 6788259

Il Carro dell’Orsa
Presenta

Masked
Legami di sangue

di
Ilan Hatsor

con
Massimiliano Mecca, Fabio Pappacena, Michele Degirolamo

regia e traduzione
Maddalena Fallucchi


Dal 6 al 25 ottobre 2009 arriva al Teatro Due di Roma MASKED – Legami di sangue, lo spettacolo scritto dall’autore israeliano Ilan Hatsor e diretto da Maddalena Fallucchi che ha emozionato ed appassionato pubblico e critica prima al teatro Arabo-Ebraico di Jaffa, a Tel Aviv, e poi a New York. 

Dopo il successo della prima nazionale al Teatro dell’Orologio, torna in scena la raffinata e commovente vicenda di Da’ud, Na’im e Halled, tre fratelli palestinesi che hanno scelto per le proprie vite strade differenti: il più grande fa il lavapiatti a Tel Aviv ed è accusato di essere una spia a servizio degli israeliani, il secondo ha scelto la strada del terrorismo ed è scappato tra le montagne per unirsi ad un gruppo chiamato “Le Tigri della Rivoluzione” mentre il più giovane, ancora incerto, è emotivamente lacerato dall’affetto che prova per entrambi.

Vincitore del primo premio all’Israel Fringe Theater Festival ad Acco, Masked è stato il primo testo israeliano che ha avuto il coraggio di affrontare il tema dell’Intifada e che, soprattutto, ha saputo farlo preservando la propria neutralità da ogni pregiudizio. Senza esprimere sentenze storiche o politiche, infatti, l’autore focalizza l’attenzione sulla dimensione essenzialmente umana del conflitto svelando l’aspetto universale che si cela dietro ogni contesa. I tre protagonisti – fratelli prima ancora che palestinesi – divengono così icone antropologiche che, come eroi classici, continuano a vivere in ogni epoca e area geografica. 
Della tragedia greca, l’opera conserva anche la struttura aristotelica – unità di tempo, luogo e azione – che si traduce in un atto unico serrato e coinvolgente. Sul palcoscenico tre giovani interpreti: Massimiliano Mecca, Fabio Pappacena e Michele Degirolamo, candidato al podio del premio ETI Gli Olimpici del Teatro nella categoria “attore emergente” proprio per Masked.

Lo spettacolo rientra nel Progetto Speciale Teatro 2009/2010, manifestazione realizzata con il sostegno del Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, in collaborazione con l’Agis e la Siae.

Orario Spettacoli: h 21.00 – domenica h.18
Prezzo Biglietti: intero 15, ridotto 10, studenti gruppi e anziani 7

I Mostri Oggi

By StephWithPh on 08:37

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ANTEPRIMA - I MOSTRI OGGI

di Enrico Oldoini

Li “mostracci” vostra

Negli anni 60 il boom dei film ad episodi portò Dino Risi alla realizzazione de “I Mostri”, un geniale susseguirsi di scenette nelle quali Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi si imponevano sulla scena da veri e propri padroni. Nel 1977 “I Nuovi Mostri”, diretto da Dino Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola, riuscì addirittura ad ottenere una nomination all’Oscar come miglior film straniero. Su queste basi Oldoini realizza un terzo capitolo della serie, praticamente un suicidio artistico, perché mettersi in gioco con una tradizione tale alle spalle è impresa ardua e, per la commedia italiana di oggi, praticamente impossibile: un po’ come impiantare le gambe di Woody Allen sul fisico di Arnold Schwarzenegger.
I mostri degli anni duemila sono mostrati, scusate il gioco di parole, attraverso sedici piccole scene, nelle quali emergono vizi, ipocrisie e debolezze degli italiani di oggi. Sullo schermo si alternano i vari Diego Abatantuono, Claudio Bisio e Giorgio Panariello, supportati da Sabrina Ferilli, Angela Finocchiaro, Carlo Buccirosso, Neri Marcorè, per citare qualche nome. Da questo punto di vista il cast funziona: in particolare vanno citati l’ottimo Panariello dell’episodio “Fanciulle in fiore” e Angela Finocchiaro in tutti i ruoli (la sua presenza meritava di essere più sfruttata).

Paragoni rispetto ai primi due film sono improponibili e risulterebbero alquanto imbarazzanti, e la domanda è piuttosto spontanea: cosa manca davvero alla commedia italiana dei giorni nostri rispetto a quella di quasi mezzo secolo fa? La risposta è semplicemente nei nomi: non additateci come nostalgici se insistiamo nel citare Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi, Monicelli, Scola, Risi, Age e Scarpelli, solo per dirne qualcuno. Con tutto il rispetto per l’impegno profuso da Oldoini e dal suo staff, ai quali va riconosciuto il coraggio di buttarsi in un progetto così rischioso (i paragoni con il passato, per quanto andrebbero evitati, alla fine risultano inevitabili), la commedia italiana di oggi ha bisogno di idee nuove, di qualcosa di totalmente diverso: ma tutto questo interesserà ben poco, visto che la legge del botteghino darà sicuramente ragione ad Enrico Oldoini e ai suoi mostri.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 27/05/2009
Con: Diego Abatantuono, Carlo Buccirosso , Sabrina Ferilli, Giorgio Panariello, Angela Finocchiaro, Claudio Bisio
Nazionalità:  Italia
Anno: 2009
Genere: Commedia

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Racconti Incantati

ANTEPRIMA - RACCONTI INCANTATI


di Adam Shankman

Skeeter è l’inserviente di un albergo ma nel tempo libero, per dare una mano a sua sorella, si diletta a fare il babysitter per i due nipotini. La televisione annoia, e quindi si cercano altri modi per passare il tempo; Skeeter pensa di poter intrattenere i due bambini leggendo loro dei libri, ma non ne trova nessuno che sia abbastanza interessante. L’unica soluzione pare l’improvvisazione: ed è così che Skeeter si lancia in un racconto totalmente inventato da lui, coinvolgendo i nipoti a tal punto da lasciare che intervengano nel suo racconto, modificandolo ed ampliandolo. Ma ad un certo punto, accade qualcosa di magico, che nemmeno il racconto più fantasioso avrebbe potuto descrivere: Skeeter si trova a vivere personalmente le storie che crea con i nipotini, venendo catapultato nel far west, nello spazio, nel medioevo, nell’antica Roma e in Grecia, protagonista di avventure sempre più emozionanti, grazie anche ai sempre più minuziosi particolari che man mano si diverte ad aggiungere, con la complicità dei bambini.


Racconti Incantati è l’ennesima fatica della Walt Disney che, pur essendo un film a tutti gli effetti, occhieggia alle favole che da sempre hanno caratterizzato i lavori della casa di produzione. E’ così, sulla scia di Come d’Incanto, ecco un film cucito su misura per la verve comica di Adam Sandler, attore che piace sia ai grandi che ai piccoli. Fulcro della storia è ovviamente la fantasia dei bambini, ma anche quella degli adulti, che spesso non vogliono crescere, dei moderni Peter Pan che vivono la fantasia attraverso i racconti che regalano ai più piccoli. Ma anche il più fanciullesco degli uomini, in fondo, si rivela essere adulto; non appena Skeeter capisce che sono i bambini a controllare i racconti, cerca di trarne il proprio vantaggio, come ogni adulto farebbe. E’ facile intuire la morale che traspare da questo film, e fortunatamente anche il protagonista impara la lezione, lasciando che a prendere il sopravvento non sia più l’adulto senza scrupoli, ma il bambino che ha solo voglia di raccontare storie.

L’ottima interpretazione di Adam Sandler, che pare trovarsi perfettamente a suo agio con una forte sindrome da Peter Pan che si risolve nel momento del bisogno, le rapide apparizioni di personaggi storici come Buzz Lightyear di Toy Story, e quel pizzico di magia Disneyana danno vita a un film probabilmente non originalissimo, ma che sicuramente cattura l’attenzione ( e la fantasia) di grandi e piccini.

Stefania Fiorese

Uscita del film in Italia: 27/03/2009
Con: Adam Sandler, Keri Russell, Guy Pearce, Russell Brand, Richard Griffiths, Teresa Palmer
Nazionalità: USA
Anno: 2008
Genere: Commedia, Famiglia, Fantasy


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Rex

By StephWithPh on 04:09

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ANTEPRIMA: REX


Torna Rex in una giornata di fuoco

 
Dopo il buon risultato della prima serie, andata in onda lo scorso anno con un indice di share costante del 22%, tornano in una serata “particolare” le avventure di Rex e del commissario Fabbri (il riconfermato Capparoni).

La seconda serie interamente italiana, diretta da Marco Serafini e interpretata, oltre ai già citati protagonisti, da un cast che comprende Fabio Ferri, Pilar Abella e Augusto Zucchi, è ambientata nello splendido scenario garantito da Roma. Dieci episodi per cinque puntate.
L’impegno è grande, non solo per le aspettative dovute alla prestazione precedente, ma anche per la sua ambiziosa (e forse un po’ troppo rischiosa) posizione all’interno del palinsesto di Rai Uno. Il martedì sera, infatti, già di per sé insolito per le serie italiane, vede come dirette contendenti “X factor” e “Ballarò” sulle altre reti Rai, nonché lo scoglio più grande in onda su Canale 5, “Amici”.
Sia Patrizia Cardelli, in rappresentanza di Rai Uno, che i produttori nutrono grandi speranze per questo prodotto che considerano “forte” anche per il buon riscontro che sta avendo negli altri paesi, soprattutto l’Australia (mentre in Austria, dove nacque, verranno vendute entrambe le serie presumibilmente entro il 2009); mentre Kaspar Capparoni non nasconde un certo rammarico per la programmazione del martedì, “alla fine è il pubblico che viene penalizzato”.
In realtà, l’esordio di Martedì 17 marzo in qualche modo ha giustificato la visione positiva; i primi due episodi, infatti, hanno collezionato il 17% di share (perdendo inevitabilmente qualche punto vista la concorrenza) con ben 5 milioni di spettatori a pochi passi da “Amici”, vincitore della serata.
Marco Serafini e Kaspar Capparoni individuano il successo della serie nella ricerca di novità rispetto alla versione austriaca; lo stesso attore afferma di “utilizzare l’italianità per rendere più ironico e casinista il commissario” . Un’idea di “brillantezza” garantita anche dalle gag con il collega Morini (Fabio Ferri) e dal resto del cast, ormai ben assortito e legato da un rapporto quasi familiare; un mix riuscito di indagini verosimili, assassini spietati e qualche bonario sorriso.
Riuscirà un cane a battere la concorrenza spietata?
Staremo a vedere nelle prossime puntate!
Patrizio Caruso

Impy Superstar

By Ufficio Stampa Universy Tv on 12:41

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IMPY SUPERSTAR – Missione Luna Park

di Reinhard Klooss e Holger Tappe


Si festeggia il compleanno del piccolo e curioso dinosauro Impy sull’isola di HulaHula, abitata da una particolare comitiva di animali parlanti: Piggy la maialina mamma di Impy, Monty la lucertola, Paki il pellicano e Ping il pinguino. La tenerissima Baboo, una cucciola di panda, è il regalo di compleanno preparato per Impy, che non si mostra particolarmente felice per la sorpresa. Ma sarà proprio grazie al suo aiuto e a quello dei suoi amici e del fantasma scozzese Eddy che Impy riuscirà a sfuggire dalle grinfie di Barnaby, losco impresario che lo vorrebbe come attrazione nel suo parco divertimenti, del suo bulldog e della bella e cattivissima Miss Lee. Una lunga serie di turbolente avventure si susseguono senza sosta per salvare il capriccioso ma dolcissimo protagonista, che intanto sogna di diventare una grande star e di trovare un compagno simile a lui, essendo l’unico anello di congiunzione rimasto fra i mammiferi e i dinosauri.

Da sottolineare, nella versione italiana, la presenza della voce di Marco Carta, trionfatore della scorsa edizione del programma tv “Amici” e neovincitore del Festival di Sanremo, il quale doppia uno degli sceicchi finanziatori del meschino Barnaby e interpreta la cover “That’s the way”, inserita nella colonna sonora del film.

Con “Impy Superstar”, la Germania continua il suo percorso nei film d’animazione computerizzati iniziato nel 2004 con “Back To Gaya”. Reinhard Klooss e Holger Tappe si ingegnano nel portare sul grande schermo per la seconda volta il simpatico Impy, personaggio tratto dai celebri libri per bambini dello scrittore Max Kruse. L’impresa è stata davvero ambiziosa dati i lunghi tempi richiesti dallo sviluppo della sceneggiatura (che non ha niente a che fare con i libri di Kruse, ma che è stata progettata appositamente per adattarsi alle esigenze di un lungometraggio animato completamente al computer) e del digital design.

Di certo, per un pubblico adulto, non sarà come andare a vedere “Shrek” o “Alla Ricerca Di Nemo”, ma bisogna riconoscere l’impegno dell’Europa nel cercare di raggiungere i grandi risultati ottenuti in America nel campo dell’animazione digitale. E sicuramente la trama potrà sembrare molto scontata in diversi punti e le gag ripetitive e banali, ma il tutto sarà ugualmente capace di soddisfare i più piccoli e di conquistarne l’attenzione e le risate.


Graziana Mirabile

Uscita del film in Italia: 27/02/2009
Nazionalità: Germania
Durata: 84'

Anno: 2007
Genere: Animazione

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Venerdì 13

By Ufficio Stampa Universy Tv on 07:30

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VENERDI' 13


di Marcus Nispel

C’era una volta un classico

Era il 1980 quando Jason Voorhees, con tanto di maschera e machete, faceva irruzione nell’immaginario collettivo cinematografico e nella cultura pop di fine secolo. Sono passati ben ventinove anni da quel film, un classico per gli amanti dello splatter, e Jason è tornato con tutta la sua furia omicida in altre undici occasioni: dodici film della stessa saga sembrano essere decisamente troppi, eppure la produzione (in mano a Michael Bay) ha pensato bene di proporre l’ennesimo capitolo su Jason, sulla scia dell’entusiasmo per il successo del remake di “Non aprite quella porta” (“The Texas Chainsaw Massacre”, uscito nel 2003). In quest’ottica il film sembra tentare la riproposizione di un classico del cinema horror per le nuove generazioni, senza considerare il fatto che il filone di riferimento (il teen-horror) sembra aver già espresso tutto quello che aveva da dire nei decenni precedenti, probabile causa del flop di ogni tentativo recente, come ad esempio “Shrooms”, che della saga di “Venerdì 13” è senza dubbio figlio.

Quest’ultima versione di “Venerdì 13” offre gli elementi tipici della saga, per la gioia dei fan: il celeberrimo Crystal Lake, il campeggio (ormai in disuso), sesso, droga, sangue e adolescenti in calore. Nell’incipit c’è spazio anche per la mamma di Jason, l’assassina del primo, storico, capitolo della saga, il film inoltre propone la chicca di come Jason abbia trovato la sua famosa maschera da hockey. Purtroppo non basta, come non bastano i seni prosperosi delle giovani vittime di questo film ad evitare di storcere il naso di fronte ad alcune brutture di sceneggiatura.

Una ragazza sparisce insieme ai suoi amici, nei pressi del Crystal Lake di Jason. Il fratello di lei, Clay, si lancia alla ricerca, imbattendosi in un gruppo di ragazzi giunti in riva al lago per un weekend di puro divertimento, tra alcool, sesso e droga. Jason si sa, non ama molto la compagnia, e ben presto scatenerà la sua furia contro i malcapitati, non deludendo i suoi fan in quanto a efferatezza e cattiveria. Il problema degli horror made in USA degli anni 2000 è che sfruttano esageratamente l’utilizzo di effetti sonori sparati a tutto volume per procurare gli spaventi necessari a far portare a casa la pagnotta, senza preoccuparsi del vero ingrediente di cui hanno bisogno i film horror: l’atmosfera (un esempio su tutti l’eccellente “Rec”, il miglior esempio di film horror degli ultimi anni). Forse gli spettatori dell’ultima generazione sono diventati esigenti, ma alzare il volume sul rumore di una porta che sbatte o sull’urto di una sedia è uno stratagemma che non può funzionare in eterno. L’altra faccia della medaglia ci mostra però “Venerdì 13” come un grande classico che si farà strada tra gli appassionati del genere, così come tra i giovani che ancora non si sono avvicinati alla saga, e che lo faranno ora, spinti dalla curiosità. Da questo punto di vista, nello stesso periodo dell’amato/odiato San Valentino, non dovrà sembrare strano trovare gran parte del pubblico a preferire un venerdì 13 al sabato 14: il buon Jason potrebbe rivelarsi la terapia giusta contro la più commerciale delle feste.

Alessio Trerotoli
Uscita del film in Italia: 13/02/2009
Regia: Marcus Nispel
Con : Jared Padalecki, Danielle Panabaker, Amanda Righetti, Travis Van Winkle, Derek Mears
Nazionalità: U.S.A.
Durata: 99'
Anno: 2009
Genere: Horror

VALZER CON BASHIR

By Ufficio Stampa Universy Tv on 07:59

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VALZER CON BASHIRWaltz With Bashir
di Ari Folman

Un branco di cani rabbiosi corre forsennato su strade bagnate di pioggia: i denti serrati, lo sguardo famelico. Il loro incedere poco rassicurante si conclude alcuni minuti dopo sotto la finestra di un uomo, improvvisamente assediato da ventisei cani e dal loro latrato feroce.
La potenza dell’incipit è tale che permette immediatamente di realizzare che “Valzer con Bashir” sarà un grande film, merito anche della tecnica d’animazione originalissima e di grande impatto visivo: l’intero film infatti è animato digitalmente attraverso una combinazione tra Flash, animazione tradizionale e 3D, una scelta che conferisce all’intera opera un alone surreale ma allo stesso tempo efficace e totalmente credibile. Il cinema d’animazione è sempre accompagnato dall’idea di finzione, un qualcosa di non reale, ma quello realizzato da Ari Folman, acclamato cineasta israeliano, è tutt’altro che cinema di finzione: “Valzer con Bashir” è un vero e proprio documentario (anche se d’animazione), dove testimonianze e interviste si alternano ad inserti di un passato fin troppo reale, veri e propri flashback della mente.
In un bar un uomo racconta al regista Ari Folman, suo vecchio amico, un sogno ricorrente dove l’uomo stesso è braccato da un branco di cani (la scena sopracitata). I due arrivano ben presto a capire che l’incubo è legato alla loro esperienza nell’esercito israeliano, per il quale hanno combattuto durante la prima guerra in Libano negli anni 80. Folman però si rende immediatamente conto di non avere più alcun ricordo legato alla guerra, tutto ciò che riguarda il suo passato nell’esercito è sparito, non esiste più nella sua memoria. Sorpreso da questa incredibile realtà, il regista decide di rivedere e intervistare i vecchi amici e i commilitoni del suo gruppo, per mettere luce sul trauma che la sua memoria sta nascondendo. Ogni testimonianza contribuirà a ricostruire il passato di Folman, descrivendo le atroci assurdità della guerra, raramente apparsa tanto reale, a dispetto di tanti film di genere bellico.
Una tecnica d’animazione efficace, una colonna sonora da non sottovalutare, una storia vera e assurda, come vere e assurde sono purtroppo tutte le cronache di guerra: novanta minuti senza pause di intensità per arrivare al massacro di Sabra e Shatila, in cui nel 1982 la milizia cristiana falangista, sotto gli occhi increduli dei soldati israeliani, sterminò migliaia di rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut, in Libano, non risparmiando nessuno dei civili (atroci le immagini dei bambini assassinati). “Valzer con Bashir” racconta la guerra attraverso gli occhi di semplici soldati, dove non c’è spazio per l’eroismo e per la gloria, ma dove c’è soltanto dolore e paura. Un documentario dove la realtà è dietro ogni animazione, e dove la sensibilità della macchina da presa è celata dietro la memoria del regista, straziata dal riaffiorare dei fantasmi del proprio passato. Un piccolo grande gioiello di cinema e verità.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 9 gennaio 2008

Regia: Ari Folman
Con : Ron Ben-Yishai, Ronny Dayag, Ari Folman, Dror Harazi, Yehezkel Lazarov
Nazionalità: Israele, Germania, Francia
Durata: 87'
Anno: 2008
Genere: Drammatico

SI PUO’ FARE

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

sezione SELEZIONE UFFICIALE

ANTEPRIMA|Fuori Concorso


SI PUO’ FARE di Giulio Manfredonia

“La follia è una condizione umana” dichiarava Basaglia “in noi la follia esiste ed è presente come la ragione. Il problema è che la società dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia, invece...”.
Prima dell’introduzione della legge 180/78 o Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano a volte utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall’ elettroshock alla malarioterapia. “Si può fare”, ambientato a Milano nei primi anni ’80, s’incarica di raccontare l’ Italia proprio nel periodo dell’entrata in vigore di questa legge.
Nello, un imprenditore ritenuto scomodo all’interno del sindacato, viene “nominato” direttore della cooperativa 180, un’associazione di persone con problemi di infermità mentale appena liberati dalla legge Basaglia. Scoprendo con stupore la vivacità e la voglia dei membri della cooperativa, Nello cerca con loro delle idee per entrare nel mondo del lavoro, sia per un autorealizzazione personale e dei pazienti che per sottrarsi alle elemosine dell’assistenza sanitaria.
Inizia così una tragicommedia interpretata da un serioso Claudio Bisio, perfetto nella parte dell’imprenditore amareggiato ma forte delle sue idee, supportato da un gruppo di attori talmente bravi, nella parte dei malati mentali, da sembrare veri. Forte nei sentimenti e negli argomenti trattati, Giulio Manfredonia si destreggia bene nel difficile ma reale problema di un’ evidente diversità non compresa, circondando il tema principale con le problematiche di un rapporto di coppia difficile a causa del lavoro intenso, con difficoltà sociali e burocratiche; il tutto trattato senza enfasi o drammaticità, ma in un racconto forte e arioso, che in alcuni punti fa sorridere e incanta, ma allo stesso tempo fa riflettere su temi delicati che appartengono alla società italiana, nel rispetto di chi convive e lavora con malati particolari.

Claudia Antignani

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Genere: Drammatico
Italia, 2008 – 111’

Regia: Giulio Manfredonia
Cast: C. Bisio, A. Caprioli, G. Battiston, G. Colangeli, R. Russo, A. Bosca, G. Calcagno, P. Ragusa, C.G. Gabardini.


PRIDE AND GLORY

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione ANTEPRIMA UFFICIALE|Concorso

PRIDE AND GLORY IL PREZZO DELL'ONORE
di Gavin O’Connor

Il 2008 a quanto pare è l’anno delle pellicole su famiglie di poliziotti o della corruzione all’interno della polizia: già in “American Gangster” avevamo avuto un assaggio del giro di mazzette tra criminali e poliziotti, nel finale de “I padroni della notte” invece un’azione illegale di un poliziotto viene coperta dai colleghi (il film tra l’altro racconta proprio di una famiglia di poliziotti). Il recente “La notte non aspetta” racconta ancora un caso di corruzione all’interno del distretto di polizia. In questo contesto “Pride and Glory” non spicca certo per originalità, dando l’impressione di raschiare un barile già svuotato di ogni interesse.

New York. Quattro agenti di polizia sono morti durante un’azione, mentre cercavano di introdursi nella casa di un noto criminale legato alla droga. Ogni cosa fa pensare che siano caduti in un’imboscata dovuta ad una soffiata arrivata agli spacciatori proprio da qualcuno all’interno del distretto di polizia. Tutti gli agenti della narcotici si mettono al lavoro per rintracciare il criminale; Edward Norton, anche se riluttante, viene convinto dal padre Jon Voight (capo dei detective) ad occuparsi del caso, spaventato all’idea di dover scavare e indagare all’interno del distretto guidato da suo fratello Noah Emmerich e all’interno del quale lavora suo cognato Colin Farrell. Indizio su indizio, Edward Norton si troverà ben presto di fronte ad una scelta morale difficile da sostenere: coprire la verità, proteggendo così la sua famiglia e l’istituzione che rappresenta, o adempire ai suoi doveri, lasciandosi andare alla lealtà e all’onestà.

La divisa conferisce a chi la indossa orgoglio e gloria, come da titolo, ma che succede se non si è più degni di indossarla? O’Connor indaga sulla fitta rete di segreti e verità nascoste che si nascondono dietro il muro delle istituzioni, grazie ad una storia di lealtà famigliare e senso del dovere: il film, nonostante tutto, può vantare l’alta qualità del cast (bravissimi Norton e Farrell, due facce della stessa medaglia) e della regia (O’Connor nella prima parte del film regala un bellissimo piano sequenza attraverso il quale attraversiamo il luogo del crimine insieme ai personaggi). In concorso al Festival del Cinema di Roma, “Pride and Glory”, nonostante le buone intenzioni e l’ottima resa di alcune sequenze, non sembra però regalare niente di nuovo ad un genere cinematografico come il thriller poliziesco già abbastanza ricco sia di orgoglio che di gloria.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Regia: Gavin O’Connor
Con : Colin Farrell, Edward Norton, Jon Voight, Noah Emmerich, Jennifer Ehle
Nazionalità: USA
Durata: 125'
Anno: 2008
Genere: Drammatico


FRONTIERS

By Ufficio Stampa Universy Tv on 05:50

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FRONTIERSAI CONFINI DELL'INFERNO
di Xavier Gens

Sarebbe il caso di citare il titolo originale francese (un nome anglofilo con rimandi alle guerre stellari è notevolmente stonato con l’oggetto/film in questione): Frontière(s). Quindi sia il confine tra gli stati, che colloca il nostro mondo diegetico in quel punto tra la Francia e il Belgio che è tutto un buco di miniera, ma anche i confini, plurale imperativo, luogo/non luogo al di là dei limiti della civiltà, dei limiti della ragione, dei limiti dell’odio quando il Male assume i colori della follia da Superuomo.
E’ in una reale situazione al limite, dopotutto, che nasce il film di Gens, quegli scontri di manifestanti che seguirono la vittoria dell’estrema destra nell’ormai lontano 2002. Un clima che da subito è proiettato in un mondo di violenza, di rapine, di spari e di pestaggi, e dove fin dall’inizio del racconto la gente muore per mano d’altri uomini. Per arrivare nel corso del film, attraverso un ritmo ben sostenuto e al di là dei clichè di genere mai troppo ovvi, all’inevitabile condensazione della rabbia umana in continui corpo a corpo mutilanti e sanguinosissimi, i giovani da un parte (esclusi, stranieri e sconosciuti quanto gli attori, molto bravi) e i vecchi conservatori dall’altra. La rabbia di vita e la repressione patriarcale.
Se da un lato la situazione scenica è l’esplicita riproposizione survival delle porte che non vanno aperte, con tanto di famiglia cannibalescamente folle di stampo nazionalsocialista, d’altra parte la critica progressista è degna figlia dell’esemplare supermarket antrofagocitante dell’off-Hollywood anni ‘70.
Gens non si ferma tuttavia a Hooper e Romero nelle sue citazioni: da postmodernista forse inconsapevole, o da semplice amante consapevole, il regista, prossimo allo sbarco californiano nel prossimo Hitman, fa apparire sulla scena Cronenberg, Stephen King, Alien, dando un assaggio di cinema americano in territorio gallico. Ma non è solo una questione di cinefilia, è anche una questione di stile: Xavier Gens è stato aiuto regista europeo di Frankenheimer, Tsui Hark, Ringo Lam, ed in questa sua opera prima la brillante lezione è evidente.
Dunque, uno splatter se non d’autore da bravo artigiano, dotato del necessario per non far sparire la tensione e la paura e quindi per far rimanere lo spettatore incollato alla storia. Dopotutto è lo scopo del cinema, credo.
Se c’è un limite in questo divertente seppur macabro film, è nella riproposizione di un vecchio problema del mondo di celluloide: il nazista folle. Il nazismo malato di complessi edipici e di bulimia. Di sfrontata e folle crudeltà.
Se la critica sociale è sperata da Gens, e pure bene seminata, il facile figuro del folle gerarca, in mezzo ad altri ben riusciti mattoni dell’horror perfetto (il sesso, i rapporti morbosi, la fame), dipinge l’atrocità storica ancora una volta del colore della follia, e non permette di arrivare al cuore del rifiuto: se fossero stati matti, i nazisti non avrebbero ottenuto il potere...
Riduzione troppo semplicistica, ecco, forse è questo che pecca nella scelta dell’antagonista. L’essere nazista alla fine diventa, in questo genere di film, solamente un appellativo altro e in più, senza scatenare riflessioni troppo profonde. Uno spreco, insomma.
Ma non è questa che una piccola osservazione: nel complesso, Gens fa bene il suo lavoro, si discosta da una forte autorialità che potrebbe appartenergli come europeo e dimostra di saper lavorare nella cornice del genere.
Come a dire, il sangue è tanto ma non è gratuito in questi spazi di Frontière(s).
Ah, piccola nota finale: durante gli scontri iniziali proposti dal film, legati al contesto politico con la destra che ottiene le massime cariche, un commentatore tv riporta le accuse ufficiali ai facinorosi animatori degli scontri e duramente repressi dalla polizia. Credo che Gens abbia citato tutti, ma inconsapevolmente anche i cugini d’Oltralpe.

Damiano Brogna

Uscita film in Italia: 7 novembre 2008

Regia: Xavier Gens
Con: Karina Testa, Samuel Le Bihan, Estelle Lefebure, Aurélien Wiik, David Saracino
Durata: 103'
Nazionalità: Francia, Svizzera
Anno: 2007
Genere: Horror

EASY VIRTUE

By Ufficio Stampa Universy Tv on 05:38

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FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione SELEZIONE UFFICIALE

ANTEPRIMA|Concorso

EASY VIRTUEdi Stephan Elliott

L'America sensuale e ribelle. Il Regno Unito tra humor proverbiale e stereotipi culturali.
Ingredienti questi di una commedia tratta dal romanzo di Noel Coward, che il regista Stephan Elliot ha definito essere inizialmente “un melodramma neanche troppo divertente” e al quale lui e il co-sceneggiatore Sheridan Jobbins hanno saputo aggiungere splendide battute, per niente dissonanti con lo stile dell'opera, datata 1923.
Grandi risate. Azione sempre viva, intensa. Siparietti godibili grazie alla grande interpretazione degli attori, “costretti” a girare molto spesso improvvisando, o comunque, con la scarsa possibilità di fare delle prove (le riprese sono durate in tutto sette settimane).
“Una commedia antiromantica”, come la definisce Ben Barnes, il principe Caspian delle Cronache; Barnes, appunto, è John Wihittaker, inglese sbarcato in America e rimpatriato con la neo-moglie, l'americana Larita, una ragazza assolutamente antitetica rispetto al “prototipo” inglese dell'epoca. Larita sconvolge la vita tranquilla della famiglia di John, in particolare della madre, Mrs Whittaker (Kristin Scott Thomas), che dal primo momento non nutre simpatia per la nuova arrivata e tenta in ogni modo di imporsi e allontanarla dal figlio, arrivando, grazie all'aiuto delle altre figlie, a svelare un segreto che mette alla prova l'amore di John.
Gli unici a nutrire simpatia per Larita sono il padre di John (Colin Firth), rassegnato fisicamente all'oppressione della moglie, ma con un'ironia pungente e diretta, e il maggiordomo, un magnifico Kris Marshall, alla cui sola vista ci si prepara a risate abbondanti e sincere.
Il film si dipana sul botta e risposta tra suocera e nuora, su un modello che, è vero, abbiamo visto in molti film, ma che qui assume un punto di vista moderno, fresco, veloce, giocato soprattutto sul personaggio eccezionale di Larita.
Commedia esilarante dal sapore british con quel tocco americanizzante della Biel, per la quale è stato “utile trovarsi in una posizione estranea”, come unica non inglese nel cast almeno tra i ruoli principale, perché l'essere “un pesce fuor d'acqua”, secondo lei e secondo Elliot, le ha dato modo di apportare elementi sempre nuovi al personaggio.
Ottimo ritorno in regia per l'australiano Elliot, dopo un'assenza decennale in campo cinematografico.

Patrizio Caruso

Regia: Stephan Elliot
Con: Jessica Biel, Ben Barnes, Colin Firth, Kristin Scott Thomas
Nazionalità: Gran Bretagna
Anno: 2008
Durata: 96'
Genere: Commedia

PARLEZ-MOI DE LA PLUIE

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

sezione SELEZIONE UFFICIALE
ANTEPRIMA|Fuori Concorso


PARLEZ-MOI DE LA PLUIELET IT RAIN
di Agnès Jaoui

Agathe Villanova, scrittrice femminista di successo da poco entrata in politica, torna nella sua casa d’infanzia, nel sud della Francia, per aiutare sua sorella Florence a sistemare gli affari della loro madre, scomparsa un anno prima. Qui vivono, oltre alla sorella, suo marito, i figli e Mimouna, la domestica, il cui figlio Karim (interpretato da Jamel Dabbouze) decide di girare, insieme a Michel, regista fallito, un documentario sulla figura di Agathe, scelta come modello della donna in carriera.
Il film, scritto da Agnès Jaoui insieme al marito Jean-Pierre Bacri, che veste i panni di Michel (offrendo peraltro un’interpretazione squisita), è una commedia agrodolce, che colpisce per la sua “misura”, la sua chiarezza, la sua intelligenza. E’ un’opera leggera e ironica, che riesce a toccare a tratti anche nel profondo. Filo conduttore è la sofferenza umana, declinata in modi diversi a seconda delle diverse situazioni: paura, angoscia, rabbia, frustrazione, solitudine, amarezza. Numerose sono le trovate divertenti, i dialoghi non sono quasi mai banali o scontati. Il tutto è condito da una notevole pulizia espressiva e formale.
Un film ben diretto, ben sceneggiato, che sa far ridere ma anche riflettere.

Simone Saponieri

Regia: Agnès Jaoui
Con: Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri, Jamel Debbouze, Pascale Arbillot, Guillaume De Tonquedec, Freédéric Pierrot
Nazionalità: Francia
Anno: 2008
Durata: 100'
Genere: Drammatico