SI PUO’ FARE

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

sezione SELEZIONE UFFICIALE

ANTEPRIMA|Fuori Concorso


SI PUO’ FARE di Giulio Manfredonia

“La follia è una condizione umana” dichiarava Basaglia “in noi la follia esiste ed è presente come la ragione. Il problema è che la società dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia, invece...”.
Prima dell’introduzione della legge 180/78 o Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano a volte utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall’ elettroshock alla malarioterapia. “Si può fare”, ambientato a Milano nei primi anni ’80, s’incarica di raccontare l’ Italia proprio nel periodo dell’entrata in vigore di questa legge.
Nello, un imprenditore ritenuto scomodo all’interno del sindacato, viene “nominato” direttore della cooperativa 180, un’associazione di persone con problemi di infermità mentale appena liberati dalla legge Basaglia. Scoprendo con stupore la vivacità e la voglia dei membri della cooperativa, Nello cerca con loro delle idee per entrare nel mondo del lavoro, sia per un autorealizzazione personale e dei pazienti che per sottrarsi alle elemosine dell’assistenza sanitaria.
Inizia così una tragicommedia interpretata da un serioso Claudio Bisio, perfetto nella parte dell’imprenditore amareggiato ma forte delle sue idee, supportato da un gruppo di attori talmente bravi, nella parte dei malati mentali, da sembrare veri. Forte nei sentimenti e negli argomenti trattati, Giulio Manfredonia si destreggia bene nel difficile ma reale problema di un’ evidente diversità non compresa, circondando il tema principale con le problematiche di un rapporto di coppia difficile a causa del lavoro intenso, con difficoltà sociali e burocratiche; il tutto trattato senza enfasi o drammaticità, ma in un racconto forte e arioso, che in alcuni punti fa sorridere e incanta, ma allo stesso tempo fa riflettere su temi delicati che appartengono alla società italiana, nel rispetto di chi convive e lavora con malati particolari.

Claudia Antignani

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Genere: Drammatico
Italia, 2008 – 111’

Regia: Giulio Manfredonia
Cast: C. Bisio, A. Caprioli, G. Battiston, G. Colangeli, R. Russo, A. Bosca, G. Calcagno, P. Ragusa, C.G. Gabardini.


RESOLUTION 819

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA

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CINEMA 2008|Concorso


RESOLUTION 819
di Giacomo Battiato

L’ultimo film di Giacomo Battiato, in concorso al Festival del Cinema di Roma, non ha bisogno di parole e di commenti riguardanti all’estetica, alla bellezza delle scene, alla qualità tecnica, alla bravura degli attori: “Resolution 819” infatti si eleva al di là di ogni possibile discussione cinematografica, per imporsi come un’opera necessaria, utile, interessante. Della strage di Srebrenica, il massacro peggiore avvenuto in Europa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il cinema ha ancora parlato troppo poco, motivo per cui una pellicola di questo spessore, che racconta e diffonde una storia così terribile, ha il diritto di non essere trattata soltanto come un’opera cinematografica. La “Risoluzione 819”, decretata dalle Nazioni Unite, rappresenta una garanzia e un impegno a proteggere e tenere al sicuro la popolazione musulmuna dell’enclave di Srebrenica, in Bosnia. Le truppe serbe del generale Mladic, sotto gli occhi impotenti dei caschi blu dell’ONU, nel luglio del 1995 invadono la zona protetta operando una “pulizia etnica” che in quattro giorni provoca il massacro di 8000 bosniaci. In seguito a questa strage, l’ONU invia in Bosnia un volontario per scoprire la verità su quanto accaduto: per l’investigatore francese Jacques Calvez si tratterà di un vero e proprio viaggio all’inferno, tra testimonianze, fosse comuni, resti umani e un odore rancido perennemente nell’aria, l’odore della morte.
La pellicola si limita a voler raccontare i fatti di Srebrenica, analizzando ogni indizio emerso dalle ricerche di Calvez e del suo team di specialisti. Restano negli occhi le dolorose scene di massacro, l’odore di putrefazione che dallo schermo della sala si insinua tra le poltrone del pubblico, colpendolo allo stomaco con la sua angosciante verità. Una lezione di storia che fa male, ma necessaria, che lascia interdetti di fronte alla banalità delle violenza e all’assordante silenzio che ci resta dentro dopo esserci posti un’inevitabile domanda: come è possibile tutto ciò?

Alessio Trerotoli

Regia: Giacomo Battiato
Con: Benoit Magimel, Hyppolite Girardot, Karolina Gruszka
Nazionalità: Francia, Polonia, Italia
Anno: 2008
Durata: 83'

EL ARTISTA

FESTIVAL INTERNAZIONALE
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CINEMA 2008|Concorso


EL ARTISTA
L'ARTISTA
di Mariano Cohn e Gastòn Duprat

Che cos’è l’arte? Per Andy Warhol l’arte è ciò che puoi riuscire ad ottenere da essa, per Pablo Picasso invece l’arte è una bugia che aiuta a realizzare la verità. Marcel Duchamp riteneva invece che l’arte non fosse nell’opera, ma nello spettatore, mentre per Cechov ciò che piace è arte, ciò che non piace non è arte. L’arte è questione di dibattito da secoli; diverse scuole di pensiero, artisti e filosofi hanno dedicato la loro esistenza nel cercare di dare una risposta, e la natura stessa di questo splendido film argentino è nella panoramica che si pone nei confronti dell’arte contemporanea, dove la linea che separa il mondo dell’arte da tutto il resto si è fatta inesorabilmente più sottile.
Jorge Ramirez svolge meccanicamente il suo lavoro di infermiere presso un istituto psichiatrico. Nella monotonia della sua vita irrompe l’anziano Romano, autistico, ma dallo straordinario talento artistico. Chiuso nel suo silenzio, che interrompe soltanto per chiedere le sigarette, Romano disegna dei quadri di grande spessore, che attirano immediatamente l’attenzione del suo infermiere. Jorge decide di appropriarsi dei lavori dell’anziano e di proporli ad una galleria d’arte spacciandosi per l’autore. Senza neanche rendersene conto si ritroverà ad essere un artista di culto, famosissimo e apprezzato in tutto il mondo, ma dovrà sempre continuare a fare i conti con l’ispirazione del suo assistito, a volte assente per ripicca nei confronti dell’infermiere plagiatore, e con l’assidua attenzione che il mondo dell’arte pone su questo nuovo grande artista, i cui silenzi di fronte alle domande dei critici d’arte sono letti come una straordinaria risposta alla crisi della società contemporanea piuttosto che esser visti per quello che sono: l’incapacità di un uomo di esprimere le sensazioni e le emozioni di fronte ad un’arte che non gli appartiene.
Diretto dalla coppia Cohn-Duprat, il film mette in mostra lo straordinario gusto estetico dei suoi autori: interamente girato con una lunga serie di inquadrature fisse, dove ogni sequenza sembra un’opera d’arte, negando in senso assoluto i movimenti di macchina e lasciando allo schermo il compito di porsi come cornice ideale di ogni quadro/inquadratura. Un film ironico ma allo stesso tempo riflessivo e profondo, capace di descrivere con bravura e maestria il difficile contesto dell’arte contemporanea e il paradosso per cui ogni uomo è un potenziale artista. Una delle migliori pellicole in concorso al Festival del Cinema di Roma.

Alessio Trerotoli

Nazionalità: Argentina, Italia
Regia: Mariano Cohn e Gastòn Duprat
Cast: Sergio Pangaro, Alberto Laiseca
Anno: 2008
Durata: 90'
Genere: Drammatico

PRIDE AND GLORY

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
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PRIDE AND GLORY IL PREZZO DELL'ONORE
di Gavin O’Connor

Il 2008 a quanto pare è l’anno delle pellicole su famiglie di poliziotti o della corruzione all’interno della polizia: già in “American Gangster” avevamo avuto un assaggio del giro di mazzette tra criminali e poliziotti, nel finale de “I padroni della notte” invece un’azione illegale di un poliziotto viene coperta dai colleghi (il film tra l’altro racconta proprio di una famiglia di poliziotti). Il recente “La notte non aspetta” racconta ancora un caso di corruzione all’interno del distretto di polizia. In questo contesto “Pride and Glory” non spicca certo per originalità, dando l’impressione di raschiare un barile già svuotato di ogni interesse.

New York. Quattro agenti di polizia sono morti durante un’azione, mentre cercavano di introdursi nella casa di un noto criminale legato alla droga. Ogni cosa fa pensare che siano caduti in un’imboscata dovuta ad una soffiata arrivata agli spacciatori proprio da qualcuno all’interno del distretto di polizia. Tutti gli agenti della narcotici si mettono al lavoro per rintracciare il criminale; Edward Norton, anche se riluttante, viene convinto dal padre Jon Voight (capo dei detective) ad occuparsi del caso, spaventato all’idea di dover scavare e indagare all’interno del distretto guidato da suo fratello Noah Emmerich e all’interno del quale lavora suo cognato Colin Farrell. Indizio su indizio, Edward Norton si troverà ben presto di fronte ad una scelta morale difficile da sostenere: coprire la verità, proteggendo così la sua famiglia e l’istituzione che rappresenta, o adempire ai suoi doveri, lasciandosi andare alla lealtà e all’onestà.

La divisa conferisce a chi la indossa orgoglio e gloria, come da titolo, ma che succede se non si è più degni di indossarla? O’Connor indaga sulla fitta rete di segreti e verità nascoste che si nascondono dietro il muro delle istituzioni, grazie ad una storia di lealtà famigliare e senso del dovere: il film, nonostante tutto, può vantare l’alta qualità del cast (bravissimi Norton e Farrell, due facce della stessa medaglia) e della regia (O’Connor nella prima parte del film regala un bellissimo piano sequenza attraverso il quale attraversiamo il luogo del crimine insieme ai personaggi). In concorso al Festival del Cinema di Roma, “Pride and Glory”, nonostante le buone intenzioni e l’ottima resa di alcune sequenze, non sembra però regalare niente di nuovo ad un genere cinematografico come il thriller poliziesco già abbastanza ricco sia di orgoglio che di gloria.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008


Regia: Gavin O’Connor
Con : Colin Farrell, Edward Norton, Jon Voight, Noah Emmerich, Jennifer Ehle
Nazionalità: USA
Durata: 125'
Anno: 2008
Genere: Drammatico


PARLEZ-MOI DE LA PLUIE

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PARLEZ-MOI DE LA PLUIELET IT RAIN
di Agnès Jaoui

Agathe Villanova, scrittrice femminista di successo da poco entrata in politica, torna nella sua casa d’infanzia, nel sud della Francia, per aiutare sua sorella Florence a sistemare gli affari della loro madre, scomparsa un anno prima. Qui vivono, oltre alla sorella, suo marito, i figli e Mimouna, la domestica, il cui figlio Karim (interpretato da Jamel Dabbouze) decide di girare, insieme a Michel, regista fallito, un documentario sulla figura di Agathe, scelta come modello della donna in carriera.
Il film, scritto da Agnès Jaoui insieme al marito Jean-Pierre Bacri, che veste i panni di Michel (offrendo peraltro un’interpretazione squisita), è una commedia agrodolce, che colpisce per la sua “misura”, la sua chiarezza, la sua intelligenza. E’ un’opera leggera e ironica, che riesce a toccare a tratti anche nel profondo. Filo conduttore è la sofferenza umana, declinata in modi diversi a seconda delle diverse situazioni: paura, angoscia, rabbia, frustrazione, solitudine, amarezza. Numerose sono le trovate divertenti, i dialoghi non sono quasi mai banali o scontati. Il tutto è condito da una notevole pulizia espressiva e formale.
Un film ben diretto, ben sceneggiato, che sa far ridere ma anche riflettere.

Simone Saponieri

Regia: Agnès Jaoui
Con: Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri, Jamel Debbouze, Pascale Arbillot, Guillaume De Tonquedec, Freédéric Pierrot
Nazionalità: Francia
Anno: 2008
Durata: 100'
Genere: Drammatico

OPIUM WAR

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CINEMA 2008|Concorso

OPIUM WAR
di Siddiq Barmak

Siddiq Barmak, regista di Osama, primo film sulla “nuova situazione” afgana, ritorna sugli schermi al festival del cinema di Roma con “Opium War” . Ci troviamo in un punto imprecisato del deserto dell'Afganistan; vicino a una piccola coltivazione di oppio si schianta un elicottero americano, i due superstiti, un soldato bianco e uno nero sono persi, abbandonati a loro stessi senza possibilità di comunicare con nessuno, ma malconci e feriti non hanno altra scelta che incamminarsi e superare una collina dove entreranno in contatto con una famiglia di coltivatori di oppio che vive stipata in un vecchio carro armato. Il dramma umano vissuto dai soldati non sembra interessare affatto al contadino e alle sue numerose mogli e figli, allo stesso modo i due soldati inizialmente in conflitto fra loro non sembrano voler allacciare nessun tipo di rapporto con i propri “vicini”, complice da principio la paura ma anche l'irrisolvibile incomunicabilità linguistica e culturale. Entrambe le realtà rimangono chiuse in loro stesse e macerano nei propri problemi, gli innumerevoli litigi e discussioni delle mogli del contadino, il giovanissimo ragazzo afgano che cerca di darsi arie da uomo, il capofamiglia umiliato dai debiti e dai soprusi di capi tribali. Anche i rapporti fra i due soldati, con l'avvilente subalternità data dai gradi, peggiorano infinitamente proprio per la differenza di colore. Ne risulta un ritratto amaro, non tanto della guerra bensì dell'umanità intera, in lotta aperta ormai con la natura e sull'orlo dell'autodistruzione.
L'unica quiete che i protagonisti riusciranno a trovare sarà quella del fumo dell'oppio. La condanna sull'impegno militare statunitense è netta ma non assume mai un ruolo centrale nelle vicende. La democrazia esportata con le armi, e imposta in maniera ridicola e insensata non potrà che avere in Afganistan figli deformi.
Skripach

Nazionalità: Afghanistan, Giappone, Corea del Sud, Francia
Regia: Siddiq Barmak
Cast: Peter Bussian, joe Suba , Fawad samani, Jawanmard Paiez
Anno: 2008
Durata: 90'
Genere: Drammatico

SCHATTENWELT

By Ufficio Stampa Universy Tv on 11:33

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CINEMA 2008|Concorso

SCHATTENWELT

LONG SHADOWS
di Connie Walther

Widmer, uno dei capi della RAF, gruppo terroristico tedesco attivo negli anni 70, torna in libertà dopo più di 20 anni di carcere. Durante un sequestro non riuscito, il suo commando aveva ucciso il presidente di una banca, e il suo giardiniere. Widmer si rifugia in un modesto appartamento dove cerca di ricominciare a vivere partendo dalle piccole cose. Qui entra in contatto con la ragazza dell'appartamento accanto la giovane Valerie. Widmer non sospetta minimamente però che Valerie è la figlia di una delle vittime del suo agguato.
Protagonista assoluto di questo film è quindi l'incontro-scontro fra il terrorismo e le sue vittime. Una storia difficile questa, dalla quale risulta che forse non è possibile mettere in scena una relazione così difficile fra vittima e carnefice senza suscitare critiche e malumori soprattutto da parte di chi ha vissuto il periodo del terrorismo. Alla sua uscita in patria la notizia che un appartenente alla RAF era fra i collaboratori alla sceneggiatura del film ha innescato non poche polemiche. Il fatto che il film abbia ricevuto sovvenzioni pubbliche poi non ha che ingigantito la polemica, facendo parlare addirittura di “derisione” delle vittime “reali” del terrorismo.
Certo c'è da dire che se il film non risparmia affatto i terroristi, né tantomeno le loro responsabilità, è anche vero che la controparte non viene dipinta meglio. Valerie, figlia di una vittima “minore” è quasi abbandonata a se stessa dalla società e dallo stato, ha una vita del tutto fallimentare, e finisce per assomigliare forse troppo al “carnefice”. Il film quindi entra in una dimensione ambigua e morbosa fatta di complicità e vendetta. Le ambientazioni sono fredde, squallide e quasi spettrali, complice forse una fotografia che sembra da un lato evocare i tempi in cui è iniziata tutta la vicenda e dall’altro sta quasi a dimostrare che la storia, rimasta lì in sospeso, bloccata negli “anni di piombo”, cerca forse ora la sua risoluzione.

Skripach

Genere: Drammatico
Germania, 2008 - 92’

Regia: di Connie Walther
Cast: Franziska Petri, Ulrich Noethen, Eva Mattes

L'UOMO CHE AMA

FESTIVAL INTERNAZIONALE
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L’UOMO CHE AMA
di Maria Sole Tognazzi

Primo film in concorso presentato al Festival del Cinema di Roma è L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi.
Il film è ambientato nella Torino di oggi e racconta la storia Roberto - interpretato da Pierfrancesco Favino - farmacista quarantenne che si destreggia tra famiglia, lavoro e soprattutto tra sentimenti e storie d’amore.
Il film ci mostra due momenti diversi della vita del protagonista, due storie d’amore con due donne diverse tra loro: Sara - interpretata da Ksenia Rappoport - e Alba (Monica Bellucci).
In questi due momenti della vita Roberto si trova a ricoprire il ruolo sia di vittima che di carnefice e a interrogarsi quindi sui sentimenti e sull’amore.
Attorno a lui ruotano le vite del fratello Carlo e del compagno Yuri e quelle dei suoi genitori Giulia e Vittorio. Attraverso le esperienze dei suoi famigliari e quelle della sua collega dottoressa Campo, interpretata da Marisa Paredes, Roberto intraprende un viaggio dentro se stesso e dentro la spirale dell’amore fatta di incontri e separazioni.
La proiezione ufficiale tenutasi il 22 ottobre nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium è stata preceduta da una performance musicale di Carmen Consoli, per la prima volta in veste di autrice della colonna sonora.
In conferenza stampa si è insistito molto sulla novità del raccontare una storia d’amore attraverso gli occhi di un uomo, ma se questo poteva essere un punto di partenza interessante il risultato è quello di un film piatto, dove sembra non succedere nulla.
I personaggi sono basati su una serie di luoghi comuni e stereotipi: i genitori che litigano ma che in realtà si sono sempre amati profondamente, la dottoressa dall’apparenza dura ma che serba dentro un grande dolore, la dichiarazione dell’omosessualità…
A salvare almeno in parte il film ci sono gli interpreti: Favino - presente praticamente in ogni minuto del film - riesce comunque a essere credibile, Ksenia Rappoport, Piera Degli Esposti (Giulia) e Arnaldo Ninchi (Vittorio) riescono a essere bravi ed efficaci pur essendo, a mio avviso, penalizzati da dei dialoghi banali e prevedibili. Chi spicca è sicuramente Michele Alhaique (Carlo) un giovane attore proveniente dal Centro Sperimentale mentre rimane inconsistente l’interpretazione di Monica Bellucci. Resta, purtroppo, in ombra Marisa Paredes (Dottoressa Campo) grande attrice, interprete di molti film di Almodòvar che avrebbe dato molto al film se il suo personaggio avesse avuto più spazio.
Un film che con la sua costruzione tenta di spiazzare il pubblico ma ciò che trasmette è confusione; che tenta di essere innovativo anche se oggi non dovrebbe più sorprenderci vedere un uomo che piange.

Paola Granato


Uscita film in Italia: 24 ottobre 2008

Genere: Drammatico
Italia, 2008 - 102’

Regia: Maria Sole Tognazzi
Cast: Pierfrancesco Favino, Ksenia Rappoport, Monica Bellucci

Da Festa del Cinema di Roma

UN GIOCO DA RAGAZZE

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione SELEZIONE UFFICIALE

Cinema 2008|Concorso


UN GIOCO DA RAGAZZE
di Matteo Rovere

Sarebbe davvero imbarazzante dover scrivere un articolo su questo film. Principalmente perchè Matteo Rovere ha dimostrato in altre occasioni di essere un buon regista, in grado di usare i mezzi che gli vengono messi a disposizione, quindi lascia l'amaro in bocca dire quanto il film sia brutto e quanto appaia in pieno come l'ennesima occasione mancata del giovane cinema italiano. Soprattutto considerando le intenzioni dei produttori e del regista, per i quali il film dovrebbe essere una sorta di denuncia sociale del bullismo e dell'alienazione in cui si trovano gli adolescenti, il film è stato toppato alla grande e la colpa è principalmente della sceneggiatura, di una banalità veramente disarmante. Il che sembra abbastanza strano se si considera che due degli sceneggiatori sono lo stesso Rovere e Sandrone Dazieri, ottimo giallista che decisamente sa scrivere!
A quanto pare il film è stato vietato ai minori di 18 anni e i produttori hanno fatto ricorso. Signori Produttori, sappiate che se il film è stato censurato, non è né per le scene di sesso tra studenti e insegnanti, né per i festini a base di droga e alcol, né tanto meno per la mancanza di morale ( che invece c'è e poggia su una sana retorica tipicamente italiana): se una commissione decidesse di censurare questo film, sarebbe giustificata solo dalla volontà di salvaguardare giovani menti, già provate da esperienze quali “Tre metri sopra il cielo”, e ”Melissa P.”, da una sceneggiatura che è il festival delle scontatezze.
Il film ha l'intento di denunciare una società che non è in grado di dare emozioni forti ai giovani che sono quindi costretti a cercarle nella droga e in comportamenti estremi, è un film che dovrebbe disturbare e far riflettere. Credo che qualsiasi adolescente che veda questo film possa sentirsi offeso, in certa misura, perchè si ha l'impressione che gli sceneggiatori parlino di qualcosa che non conoscono, e se lo conoscono lo hanno reso in maniera talmente tanto stereotipata da renderlo non credibile. La protagonista, interpretata da una Chiara Chiti perfetta nel ruolo della stronza, è bellissima, ricca e tremendamente sola e per questo, ovviamente, c'è l'ha col mondo intero; per di più è circondata da una serie di personaggi più o meno egoisti, compreso la figura del professore, che per realizzarsi ha bisogno che i suoi studenti gli riconoscano il ruolo di mentore, ha bisogno di sapere di essere importante per loro. Quindi decide di sfogare la noia in una serie di atti autodistruttivi e, anche se non viene punita dalle istituzioni, famiglia e scuola in primis, è costretta a vivere nella sua solitudine. Vi sembra che il film possa essere accusato di non avere una morale?
Qualcuno in sala ha fatto presente che gli adolescenti potrebbero subire la fascinazione di un personaggio che nella vita ha tutto, ma nonostante ciò è insoddisfatto esattamente come si suppone lo siano loro. Dunque, se un ragazzo dovesse sentirsi affascinato all'idea di annegare con un idrante un compagno di scuola e poi andare in bagno a farsi una canna, sapendo che ci sono una serie di figure, assenti per definizione e con molto da farsi perdonare, pronte a proteggerlo, non è certo da questo film che può essere ispirato. Potrebbe essere più colpa di un immaginario collettivo a cui siamo quotidianamente assuefatti.
L'unico alibi che potrebbero avere gli sceneggiatori, considerando il modo in cui viene trattata la materia, è quello di vivere su Marte e di essere seriamente convinti di essere i primi in assoluto a trattare temi controversi. Solo questo potrebbe giustificare il fatto che, dopo il tentativo di suicidio di una delle ragazze, venga messa in bocca ai professori una frase come “credo che questo atto estremo di Livia sia il sintomo di una disagio...dobbiamo riflettere su questo”. Verrebbe da chiedersi se il professore ha studiato pedagogia a Cepu con Alex Del Piero.
La regia di Rovere tenta di dare un'improna personale e originale al film, una possibile chiave di lettura.Le inquadrature sono molto strette, si soffermano sui particolari e il ritmo è dato da un montaggio frammentato; le immagini sono sempre molto contrastate e virano su atmosfere fredde. L'idea registica è interessante, ma alla lunga è stucchevole e ripetitiva.

Martina Merico

Uscita film in Italia: 7 novembre 2008

Regia: Matteo Rovere
Con: Filippo Nigro, Chiara Chiti, Desirée Noferini, Nadir Caselli
Nazionalità: Italia
Anno: 2008
Durata: 100'
Genere: Drammatico

PARLAMI DI ME

FESTA INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
sezione Selezione Ufficiale
Cinema 2008|Concorso

PARLAMI DI ME
di Brando De Sica

Parlami di me (di nuovo)
Che lo spettacolo teatrale “Parlami di me”, scritto da Costanzo e Vaime, fosse un grande successo lo hanno dimostrato la risposta positiva di critica e pubblico, gli incassi al botteghino (2 biglietti d'oro, premio annuale assegnato allo spettacolo teatrale più visto) e senza dubbio la bravura artistica di Christian De Sica, il quale sul palco mostra di sé e delle sue capacità molto di più di quello che il pubblico cine-televisivo riesce a cogliere solamente dai suoi innumerevoli film, circa 90, cinepanettoni e non resta da vedere se il tentativo di trasporre lo stesso spettacolo al cinema con la regia del figlio Brando, strada già battuta, ad esempio, da Aldo, Giovanni e Giacomo con Anplagghed al cinema, possa essere davvero valido. E a questo De Laurentiis risponde che la difficoltà nel produrre e distribuire un film come questo sta proprio nel saper trasmettere le stesse emozioni di uno spettacolo che lega l'omaggio al teatro con la storia pubblica e privata dell'attore ad un pubblico altamente eterogeneo.
Tecnicamente il film rimanda agli studi americani di Brando De Sica, laureato da poco alla Usc di Los Angeles (lo stesso Brando non ha esitato di parlare in sala stampa dell'incontro mistico col suo mentore David Lynch!...), il quale usa a pieno il linguaggio cinematografico per raccontare al pubblico a casa ciò che De Sica senior racconta al pubblico dal vivo. Vari punti di vista, non solo quello classico dello spettatore, più due inserti, anzi, un prologo e un epilogo brevi dove appare anche la mamma/moglie Silvia Verdone, sorella di Carlo e produttrice del film.
Tutto in famiglia, quindi, per un film che è un primo “vero” tentativo di Brando De Sica di fare quello che ha sempre voluto fare, con un aiutino alle spalle (perché non c'è dubbio che a tutti deve essere data la possibilità di dimostrare se si vale o no, ma è anche vero che è più facile partire o ripartire dopo un passo falso se si è figli e soprattutto nipoti di...) e per uno spettacolo, ormai non solo teatrale, che forse non sarebbe stato male lasciare tale.

Patrizio Caruso

Regia: Brando De Sica
Con: Christian De Sica

Anno: 2008
Durata: 95'
Genere: Musical



Da Festa del Cinema di Roma

LA BANDA MEINHOF KOMPLEX

FESTIVAL INTERNAZIONALE
DEL FILM DI ROMA
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Fuori Concorso


LA BANDA MEINHOF KOMPLEXDER BAADER MEINHOF KOMPLEX
di Uli Edel

Tratto dall'omonimo libro di Stefan Aust, sbarca al festival la corazzata tedesca. Un film che narra la storia della famigerata cellula terrorista chiamata RAF (Rote Armee Fraktion); un tentativo di condensare dieci anni di storia recente tedesca in 155 minuti. Dallo scoppio delle rivolte studentesche alla formazioni dei primi gruppi organizzati e armati per sfuggire alla repressione del governo; sarà proprio la morte di uno studente durante una manifestazione ad accendere la miccia che inizierà le ostilità e porterà consenso alla banda armata. I fondatori del gruppo sono Andreas Baader, la sua “compagna” Gudrun Ensslin e la giornalista Ulrike Meinhof, e a Berlino trovano il loro quartier generale. L'iniziale ideale di libertà e il dissenso nei confronti delle decisioni del governo della nuova repubblica tedesca (in primis la concessione di basi agli americani impegnati nella guerra del Vietnam) sfoceranno in una lotta armata, con una serie di attentati e rapimenti che mieteranno vittime tra i civili. Quando poi lo zoccolo duro del gruppo viene neutralizzato e i protagonisti messi in carcere, le loro azioni acquistano una cassa di risonanza ancora maggiore, divenendo personaggi idolatrati da molti giovani, i quali continueranno l'attività terroristica aumentando la violenza e le perdite umane. L'epilogo tragico, sarà l'ultimo atto di una politica fallimentare ma che nella sua evoluzione ha saputo infuocare i cuori di milioni di giovani guidati da idee rivoluzionarie. Oltre alla narrazione degli eventi, nel film c'è spazio per la vicenda personale di Ulrike Meinhof, una giornalista che condivide gli ideali della ribellione e gradualmente abbandona la penna per impugnare la pistola; il coinvolgimento sarà tale che Ulrike è disposta ad abbandonare il marito e le sue due figlie per seguire un'utopica rivoluzione.

Il film di Uli Edel, è imponente sia per la durata che per l'impiego numeroso di comparse. Il flusso degli eventi che scorre davanti allo spettatore è un escalation di violenza, ma forse per la natura della lotta che si combatte (non è una guerra, ma è una guerriglia urbana, è terrorismo moderno) non si ha mai la sensazione di esagerazione; la scena di folla iniziale che scatena le ire degli studenti è da manuale, ed è incredibile quì, oggi, venerdì 24/10/2008 vedere questa scena e sentirsi dentro, in mezzo alla folla, mentre fuori dall'Auditorium un corteo di studenti manifesta il proprio dissenso nei confronti del governo. Una delle maggiori critiche rivolte a questo film è di non schierarsi apertamente da una parte o dall'altra; è evidente che questa irrisolta vicenda sia ancora una ferita aperta nel cuore del popolo teutonico, del resto la loro storia è estremamente recente. Un film travolgente, lungo ma mai troppo riflessivo, una serie di eventi , botta e risposta fra i terroristi e la polizia (ottima prova di Bruno Ganz, nei panni del capo della polizia Horst Herald). Questa proiezione seguita con partecipazione, dimostra che il cinema tedesco è in evoluzione, un mercato attento e soprattutto contiene un bacino storico molto recente che può essere rappresentato ampiamente.

Davide Murri

Uscita film in Italia: 31 ottobre 2008

Regia: Uli Edel
Con: Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Bruno Ganz.
Nazionalità: Germania
Anno: 2007
Durata: 149'
Genere: Drammatico