Il Canto di Paloma

IL CANTO DI PALOMA

di Claudia Llosa


Buio. Un canto che sembra un lamento. Un’anziana signora racconta il suo passato, il terrore negli occhi, il dolore nelle sue vene, e nel latte con cui ha cresciuto la sua bambina, figlia di una violenza. Nella scena iniziale c’è tutta la tragedia della storia di Fausta, la protagonista, nata da uno dei tanti stupri avvenuti durante il conflitto ventennale che ha avuto luogo in Perù, alla fine del secolo scorso, dove la violazione dei diritti umani era divenuta parte dell’orribile quotidianità. La pellicola di Claudia Llosa, vincitrice del Festival di Berlino, è fatta dello stesso dolore dei suoi personaggi, soffre con essi, e non lascia scampo allo spettatore, costretto a vivere le sofferenze del film, i suoi silenzi, i suoi dolorosi segreti.
Fausta vive nella povertà della periferia di Lima, l’imminente matrimonio della cugina sembra far passare in secondo piano la morte della madre. L’incubo di cui la ragazza è stata testimone dal ventre di sua madre sembra accompagnarla in ogni suo passo, al punto tale da spingerla ad infilarsi una patata nella vagina per avere uno scudo, una protezione contro i fantasmi del passato che non danno pace al presente, nonostante la guerra sia finita da anni. Unica via di scampo contro la paura è il canto, libero, improvvisato, consolatorio: come una bambina che cerca di allontanare i suoi incubi canticchiando, così Fausta attraverso il canto cerca di liberare la sua anima dal terrore in cui è nata e cresciuta.

Claudia Llosa racconta con una sensibilità tutta femminile una storia che potrebbe essere vera, figlia della Storia che il Perù ha conosciuto sulla propria pelle. Le immagini sono essenziali, i movimenti di macchina limitati, l’occhio della regista sembra perdersi nella povertà delle baraccopoli, chiamando lo spettatore a fare altrettanto. Le scenografie incantano, calde e suggestive, quasi ad offrire una via d’uscita dalla silente sofferenza del film. Per la giovane Fausta digerire il latte del dolore significherà trovare la strada che dalla paura si snoda verso la libertà.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 8/05/2009
Con:  Magaly Solier, Marino Ballón, Susi Sánchez, Efraín Solís, Bárbara Lazón, Karla Heredia, Delci Heredia, Anita Chaquiri
Nazionalità: Spagna, Perù
Anno: 2008
Genere: Drammatico

Che - Guerrilla

CHE - GUERRIGLIA

di Steven Soderbergh

O victoria o colpo di sonno


Come va intesa l’operazione Che Guevara realizzata da Steven Soderbergh? Due film separati, indipendenti, oppure un’opera unica, spezzata in due metà? La verità probabilmente sta nel mezzo: da un lato le due parti rappresentano i momenti decisivi dell’intensa vita del Che (non di Ernesto Guevara de la Serna, la cui storia è stata raccontata da Walter Salles nei bellissimi “Diari della motocicletta”), imponendosi come un biopic piuttosto uniforme sugli ultimi vent’anni del rivoluzionario argentino. Dall’altro si tratta però di due pellicole profondamente diverse: laddove la prima eccelleva (nel montaggio, nella narrazione, nello stile), la seconda si rivela invece piuttosto deludente.
Già dal titolo – Guerriglia – si intuisce che stavolta i giochi saranno differenti: la discussione politica (uno dei punti forti de “L’Argentino”) sparisce dalla narrazione, i salti temporali del film precedente lasciano spazio ad una fabula lineare e piuttosto banale, inoltre il personaggio stesso del Che sembra perdere le tantissime sfumature che avevano contribuito ad esaltarne il fascino nel primo film. Differenze quantomeno bizzarre per un’opera concepita come un film unico, anche perché la giungla boliviana non è poi così differente dalla Sierra cubana. Forse il Che (e di conseguenza il film) senza un personaggio complementare come Fidel Castro perde gran parte del suo fascino? Di certo la seconda parte dell’opera di Soderbergh senza Castro va a perdere un punto di riferimento politico fondamentale, per trasformarsi in due ore di vita da giungla, noiosa, piatta, dove i punti morti hanno la meglio sui guerriglieri e sul loro comandante. Inoltre la rivoluzione cubana, inutile dirlo, ha un fascino totalmente diverso rispetto all’improbabile rivoluzione boliviana, dove il Che è un personaggio già raccontato, già affermato, già visto e, quel che peggio, non voluto.

“Guerriglia” difetta proprio dove “L’Argentino” aveva convinto, lasciandoci perplessi di fronte ad una seconda parte decisamente al di sotto delle aspettative, dove la fine del comandante si rivela quasi una liberazione. Nella bellissima “Transamerika” i Modena City Ramblers, a proposito della morte del Che, dicevano che “regna l’ombra in Valle Grande”. Per colpa di Soderbergh a regnare in Valle Grande stavolta è soltanto la noia.

Alessio Trerotoli




Uscita del film in Italia: 30/04/2009
Con: Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Unax Ugalde, Yul Vázquez, Carlos Bardem, Joaquim de Almeida, Eduard Fernández
Nazionalità: Spagna, Francia, USA
Anno: 2008
Genere: Biografico, Drammatico, Guerra



State Of Play

STATE OF PLAY

di Kevin Macdonald

Manuale di giornalismo


Una volta Filippo Sacchi ha scritto che al cinema conta soltanto una cosa: il cinema. Così come in amore conta una cosa soltanto: l’amore. Soprattutto per questo motivo l’ultimo lavoro di Kevin Macdonald merita tutti i nostri consensi: perché nonostante un colpo di scena finale un po’ forzato e una struttura narrativa che non aggiunge molto al genere, si tratta di cinema puro, al 100%, che va oltre quelli che potrebbero essere i suoi difetti per andare dritto all’obiettivo: insinuare i suoi tentacoli lungo le poltroncine del cinema e avvinghiare il pubblico negli intrighi della trama, sorretta dallo sguardo sornione dell’ottimo Russel Crowe (gladiatore d’esperienza).

Al veterano della carta stampata Cal McAffrey viene affidato un pezzo sull’omicidio di un giovane scippatore, ucciso la notte precedente a colpi di pistola. In redazione arriva anche la notizia della morte accidentale della giovane assistente di un uomo politico in ascesa, Stephen Collins: si (s)parla di una relazione tra il politico e la ragazza, una succosa notizia di gossip per il blog della versione online del giornale, tenuto dalla caparbia Della Frye. I due giornalisti, nonostante le iniziali diffidenze (interessante in tal senso l’accenno alla diatriba tra giornalista cartaceo e blogger, una tematica molto attuale che meriterebbe un approfondimento a parte), troveranno una relazione tra i due casi, dietro ai quali si nasconde uno scandalo da milioni di dollari.

Macdonald omaggia a gran voce “Tutti gli uomini del presidente” (probabilmente il capolavoro essenziale sul mondo del giornalismo), mostrando il lavoro che c’è dietro un’inchiesta giornalistica, e allo stesso tempo la faccia meno pulita del mondo della politica. Giorni e notti dedicate ad inseguire una voce, un contatto, una fonte, tutto per riuscire a mandare l’articolo in stampa, per urlare a squarciagola una versione della verità, quella di un giornalismo che sembra non esistere più. E finalmente sui titoli di coda le rotatorie possono stampare parole e sudore di un articolo, sulle note sofferte dell’azzeccata “Long as I can see the light” dei Creedence.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 30/04/2009
Con: Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Wendy Makkena, Katy Mixon, Viola Davis, Jeff Daniels, Maria Thayer, Harry Lennix, David Harbour, Rob Benedict, Zoe Lister Jones, Gregg Binkley, Arabella Field
Nazionalità: USA, UK, Francia
Anno: 2009
Genere: Crimine, Drammatico, Thriller

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Nemico Pubblico n°1 - parte seconda

NEMICO PUBBLICO N°1 - L'ORA DELLA FUGA (parte II)

di  Jean-François Richet

Parigi a mano armata


Chi era davvero Jacques Mesrine? Un delinquente? Un gangster? Un idealista? Un rivoluzionario? Un gentiluomo? Un trasformista? Un genio? La risposta è probabilmente in tutti questi attributi, ed è la risposta che il regista Jean François Richet prova a dare attraverso questo biopic, finalmente completo dopo la prima parte, “L’istinto di morte”, che aveva lasciato in sospeso troppi lati della personalità di Mesrine. Ora possiamo dirlo: si tratta di un grande film, completo, ricco di azione, fascino, humour, personalità. Vincent Cassel da parte sua incolla alla poltrona e lo fa con il sorriso sulle labbra.
“L’ora della fuga” chiude perfettamente il cerchio aperto con “L’istinto di morte”: Mesrine è tornato in Francia, continua ad essere catturato dalla polizia e puntualmente ad evadere in modo rocambolesco, si innamora, diventa un fenomeno mediatico, popolare, anche grazie all’autobiografia che scrive in carcere e alle interviste rilasciate ai magazine francesi: «Non ho l’impressione di infrangere la legge, ma solo di rubare a chi ruba più di me», afferma ai microfoni dei giornalisti, nonostante il suo compagno di fuga (Mathieu Amalric, sempre ottimo) gli ricordi che sono «delinquenti, non idealisti». Ma Mesrine è uno che amava cantare «Je ne regrette rien» (“io non rimpiango nulla”): c’è da crederci.

Mesrine (guai a non pronunciarlo come vuole il protagonista, ovvero Merìn!) è un nome entrato nella leggenda: un brutale terrorista per la società, un leale idealista per chi l’ha avuto vicino, un trasformista capace di farsi beffe del capitalismo imperante (celebre la sua crociata contro il sistema bancario). Attenzione: l’opera di Richet non intende idealizzare un omicida, ma semplicemente offre un punto di vista il più possibile obiettivo su una personalità complessa e interessante come quella di Mesrine, regalando al cinema francese un personaggio affascinante nelle sue sfumature quanto spaventoso nella sua pericolosità.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 17/04/2009
Con: Vincent Cassel, Ludivine Sagnier, Gérard Lanvin, Samuel Le Bihan, Mathieu Amalric, Olivier Gourmet, Georges Wilson, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Alain Doutey, Anne Consigny, Laure Marsac, Alain Fromager
Nazionalità: Francia, Canada
Anno: 2008
Genere: Azione, Biografico, Crimine, Drammatico, Thriller

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Disastro a Hollywood

DISASTRO A HOLLYWOOD
di Barry Levinson

Il paradiso perduto del cinema

“Il mondo del cinema è un rigagnolo di soldi spietato e superficiale dove i ladri e i ruffiani girano a piede libero, e le persone perbene crepano come cani. Ma poi c’è anche un lato negativo”. Così afferma Bruce Willis in una scena del film, e la descrizione sembra perfettamente inserirsi all’interno della cornice confezionata dal premio Oscar Barry Levinson, maestro nel raccontare giochi di potere e cinici meccanismi della società americana. “Disastro a Hollywood”, basato sul libro del produttore Art Linson (anche sceneggiatore del film), è una movimentata commedia in cui i fili dell’industria cinematografica si intrecciano e si sfaldano fino a soffocare i personaggi stessi che li muovono.

Il passare dei giorni scandisce il ritmo del film: saranno due settimane d’inferno per il navigato produttore Ben (Robert De Niro), alle prese con un film da rimontare anche contro il volere del regista (prima della presentazione a Cannes); Bruce Willis che a causa del suo look irriconoscibile potrebbe mandare a monte una nuova pellicola e i contratti ad essa legati; i problemi dovuti alla separazione dalla moglie ed una figlia non proprio innocente. Affari di cuore e affari di cinema, amori irrecuperabili e attori impresentabili, agenti complessati e registi testardi: in due settimane la vita di Ben non conosce pause, non conosce sorrisi, solo una lunga salita che sembra portarlo verso l’orlo del precipizio.

Quello di Levinson è cinema che si nutre di se stesso e che gioca a prendersi anche un po’ in giro: l’armonica di Ennio Morricone accompagna lo spoglio dei commenti del pubblico dopo l’anteprima disastrosa del nuovo film con Sean Penn, Bruce Willis che non vuole essere Bruce Willis, agenti che temono i loro stessi clienti. Un vero e proprio girone dell’inferno dove la dannazione eterna è costituita dall’industria hollywoodiana, con i suoi contratti, le sue penali, i suoi insostenibili ritmi, mentre fuori dall’ufficio c’è una vita privata che aspetta il paradiso. Ma quello di Ben, al contrario di Levinson, non è altro che un paradiso perduto.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 17/04/2009
Con:  Robert De Niro, Bruce Willis, Stanley Tucci, John Turturro, Sean Penn, Robin Wright Penn, Kristen Stewart, Michael Wincott
Nazionalità: USA
Anno: 2009
Genere: Commedia, Drammatico

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Gli amici del bar Margherita

GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

di Pupi Avati

Eravamo quattro amici al bar

Il 1954 è stato un anno speciale nella storia italiana: l’avvento della televisione, la nascita del festival di Sanremo, il lancio delle prime automobili utilitarie lo ha reso probabilmente uno dei momenti più accecanti del boom economico, dove illusioni e speranze si fondevano in un tutt’uno con l’ottimismo. All’interno di questa cornice nasce l’ultimo film di Pupi Avati, che attraversa la Bologna raccontata dal “Papà di Giovanna” per spostarsi verso un leggendario bar della celebre via Saragozza, con i suoi eclettici frequentatori.

L’occhio del regista è offerto dalla figura di Taddeo, detto Coso, un ragazzo di 18 anni che non desidera altro che entrare a far parte della cerchia del bar Margherita. L’occasione arriva quando Al decide di usare il ragazzo come autista per i suoi giri notturni: Coso entra così a far parte di un mondo speciale nella sua normalità, fatto di tic, sogni, goliardia e scherzi mostruosi. La carrellata di personaggi del bar vanta le personalità più differenti, che messe insieme riescono a creare un’alchimia esplosiva, capace di far saltare matrimoni o di mandare a Sanremo chi non sa cantare.

Diego Abatantuono, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Fabio De Luigi, Laura Chiatti, Luisa Ranieri, Gianni Cavina, Katia Ricciarelli e il giovane Pierpaolo Zizzi: solo alcuni dei nomi di questo film corale che permette a Pupi Avati di tornare con la mente alla sua adolescenza per raccontare personaggi da lui mitizzati, innalzati a veri e propri déi, prima che la maturità e i sogni nel cassetto lo portassero lontano da quei luoghi protettivi ma privi di futuro. Un film corale dove ogni personaggio è la ruota di un carro che funziona, che magari non va troppo lontano, ma che riflette la nostalgia per un passato ascoltato mille volte nei leggendari racconti di genitori e zii, quando si stava meglio pur stando peggio. Avati non fa altro che questo: racconta la storia della “sua” Bologna con il cuore in una mano e la macchina da presa nell’altra, e soprattutto con lo sguardo di un uomo maturo degli anni 2000. L’Italia era anche questa qua.

Alessio Trerotoli
Uscita del film in Italia: 3/04/2009
Con:  Diego Abatantuono, Pierpaolo Zizzi, Laura Chiatti, Fabio De Luigi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Luisa Ranieri, Claudio Botosso, Gianni Ippoliti, Gianni Cavina, Katia Ricciarelli
Nazionalità: Italia
Anno: 2009
Genere: Commedia, Drammatico

La verità è che non gli piaci abbastanza

By StephWithPh on 09:52

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LA VERITA' E' CHE NON GLI PIACI ABBASTANZA

di Ken Kwapis

Segnali da interpretare, o una semplice regola da seguire?


Quante volte noi ragazze, parlando con le amiche, le abbiamo consolate per l’ennesimo rifiuto con frasi del tipo “avrà sicuramente perso il tuo numero” oppure “magari è fuori città, per questo non si è ancora fatto sentire”? Beh, mai errore è stato più grande. Tutte noi dovremmo essere sincere e dire alla nostra amica: “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Ed è proprio questa frase, pronunciata da Jack Berger, allora fidanzato di Carrie, all’amica Miranda durante una puntata della famosissima serie televisiva Sex and the City, ad aver illuminato le menti di Greg Behrendt e Liz Tuccillo (rispettivamente consulente e autrice proprio della serie) e a spingerle a pubblicare un manuale di auto-aiuto sulle incomprensioni tra uomini e donne, e come gestirle. Niente di nuovo, ovviamente, le librerie pullulano di manuali del genere; ma quando questo libro finisce nelle mani di due sceneggiatori come Abby Kohn e Marc Silverstein, famosi per pellicole come “Mai stata baciata” e “Opposite Sex” in cui gli equivoci tra sessi sono uno dei punti chiave, questo piccolo manuale si trasforma in un film con un cast di tutto rispetto.
Nella commedia è la ingenua e romantica Gigi (Ginnifer Goodwin) a fungere da perno attorno a cui ruotano e si svolgono le varie storie che corrono parallele e si intrecciano, in un intricato giro di tira e molla assai simile alla realtà. Come molte donne, anche Gigi è cresciuta con l’idea che, chissà per quale motivo, l’uomo agisca seguendo delle regole del tutto estranee alla donna, a cui spetta il compito di comprenderle, captare i segnali, interpretarli, e mandare avanti la relazione. Quando viene scaricata da Conor (Kevin Connolly), decide di andare in un locale dove spera di incontrarlo, ed è lì che conosce Alex (Justin Long), migliore amico di Conor, che, senza mezzi termini, le spiega quella che sembra essere una delle regole fondamentali: se un uomo vuole chiamarti, ti chiama. Se non lo fa, non gli interessi. E questo, secondo Alex, pare valere per ogni singola azione compiuta dai ragazzi. Gigi, illuminata, ne parla con le amiche, scatenando così una serie di dubbi e incertezze che stravolgono totalmente la vita delle ragazze. E’ così che Beth e Neil (Jennifer Aniston e Ben Affleck) si lasciano perché lui non si vuole sposare; Janine e Ben (Jennifer Connelly e Bradley Cooper) vedono minato il loro matrimonio dalla mancanza di fiducia e di sesso; e Mary (Drew Barrymore) e Anna (Scarlett Johansson) si trovano coinvolte in relazioni che sembrano sempre più complicate.
In un continuo qui pro quo, il film scorre sembrando rafforzare l’idea ormai comune che gli uomini vengono da Marte, e le donne da Venere, ma alla fine non sarà proprio così. Se anche è vero che veniamo da pianeti diversi, basta riconoscere un linguaggio universale e comunicare, fornendo così la soluzione anche alle situazioni peggiori. Sebbene il film sia piuttosto lungo (129 min) e in alcuni punti fatichi a scorrere, è sicuramente piacevole da vedere, specialmente per le ragazze romantiche che amano gli happy ending.



Stefania Fiorese

Uscita del film in Italia: 20/03/2009
Con:  Ginnifer Goodwin, Scarlett Johansson, Jennifer Aniston, Ben Affleck, Jennifer Connelly, Drew Barrymore, Justin Long, Bradley Cooper, Kevin Connolly, Wilson Cruz, Leonardo Nam, Cory Hardrict, Corey Pearson
Nazionalità: USA, Germania
Anno: 2009
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico

Live!

By StephWithPh on 05:13

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LIVE! - ASCOLTI RECORD AL PRIMO COLPO


di Bill Guttentag

Sei vite, un solo proiettile

“Quale programma potrebbe raggiungere il 40% di share?” Questa è la domanda che si pone Katy Courbet (Eva Mendez), ambiziosa e cinica dirigente televisiva della rete ABN, decisa a risollevare le sorti dell’emittente ormai schiacciata dalla travolgente concorrenza. E’ sufficiente una battuta sulla roulette russa che uno dei suoi collaboratori si lascia scappare durante una riunione per illuminare la mente della donna, che, lentamente, plasma un nuovo e sadico format per un reality show, basato proprio sul pericoloso gioco in cui i partecipanti, a turno, devono puntarsi alla tempia una pistola caricata con un solo proiettile e premere il grilletto. E’ ovvio quindi che uno di loro dovrà morire, ma ciò non pare preoccupare Katy, che, ostinatamente, continua a promuovere il suo programma, andando contro colleghi, opinione pubblica e morale comune.

"Pensateci, dal Colosseo romano, dove c'erano solo posti in piedi, alle folle parigine che venivano a vedere la ghigliottina, gli uomini sono sempre stati affascinati dalla morte e, cosa più importante, dal fatto di assistere alla morte". E’ così che si giustifica contro chi la attacca, e, sorprendentemente, il pubblico pare darle ragione: il programma è ancora in fase di produzione ed è già uno degli argomenti più discussi sulle maggiori reti nazionali, sui giornali, e nelle radio; file interminabili si creano fuori dagli studi per fare i provini. Alla fine vengono scelti i sei protagonisti: Jewel, la tipica ragazzina di provincia scappata ad Hollywood per fare fortuna; Brad, universitario scapestrato e amante degli sport estremi e degli eccessi, alla ricerca dell’emozione della vita; Rick, un agricoltore caduto in disgrazia, disposto a tutto pur di salvare la fattoria e la famiglia; Byron, uno scrittore afroamericano di buona famiglia, dal look in perfetto stile Obama, alla ricerca di una forte emozione da raccontate e di un po’ di pubblicità per i suoi romanzi; Pablo, carino, povero, messicano e gay, quattro caratterische ben poco apprezzate negli USA, che vuole tirar fuori se stesso e la madre dal barrio; Abalone, una ex modella, passata dalle passerelle all’arte estrema, eccentrica e anticonformista. Saranno loro a dover mettere in gioco la propria vita davanti a migliaia di persone.

Dietro la macchina da presa troviamo il documentarista Bill Guttentag, vincitore di due premi Oscar, nel 1989 per “You don’t have to die” e nel 2003 per “Twin Towers”. Il regista non abbandona il genere, realizzando “Live! - Ascolti record al primo colpo” in stile mockumentary, un finto documentario, seguendo Katy passo per passo nella realizzazione del programma, fornendo allo spettatore un dietro le quinte che sconvolge e coinvolge fino all’ultimo ciak. Il film elabora una previsione di quello che potrebbe realizzarsi in un futuro prossimo, e fornisce dunque una critica alle tv, interessate ormai più agli ascolti che alla qualità di ciò che trasmettono, e ai partecipanti, attratti dalla fama, dalla ricchezza e dal rischio e disposti per essi a mettere in pubblica piazza non solo le proprie emotività ma le loro stesse vite. Ma la critica più feroce viene sicuramente rivolta al pubblico, ormai disinteressato alla cultura ed attirato soltanto da immagini scioccanti e ignobili scandali, senza più un briciolo di buon senso.

Stefania Fiorese

Uscita del film in Italia: 06/03/2009
Con: Eva Mendes, David Krumholtz, Eric Lively, Katie Cassidy, Jeffrey Dean Morgan, Rob Brown, Andre Braugher, Jay Hernandez, Monet Mazur
Nazionalità: USA
Anno: 2007
Genere: Commedia, Drammatico

Nemico Pubblico n°1

 NEMICO PUBBLICO N°1 – L’ISTINTO DI MORTE (parte I) 

di Jean François Richet

Il gangster dai mille volti

Realizzare un film in due parti separate è un progetto ambizioso quanto rischioso: di certo può rivelarsi un successo se a firmare l’opera c’è un certo Quentin Tarantino (vedi “Kill Bill” o il recente “Grindhouse”), e può sicuramente far presa sul pubblico se il personaggio in questione è un’icona mondiale (ad esempio il Che Guevara di Soderbergh con Benicio Del Toro). Al centro del progetto di Richet, regista praticamente sconosciuto all’estero, c’è invece un leggendario criminale francese, Jacques Mesrine, un nome che solo al di là delle Alpi sembra riuscire a dire qualcosa. Eppure l’ambiziosa e, come detto, rischiosa intenzione di Richet potrebbe consegnare alla storia della cinematografia francese un personaggio unico e dal fascino ipnotico.

Il film è tratto dal romanzo autobiografico che Mesrine ha scritto in carcere prima di una storica e incredibile evasione: Pichet resta fedele alla descrizione del gangster, realizzando un biopic che alterna con astuzia atmosfere noir con scene da prison-movie all’americana. Dopo un’esperienza in Algeria, tra le fila dell’esercito francese, dove per Mesrine avviene il classico “battesimo del fuoco”, la vicenda si sposta tra le vie di Parigi. L’ex-soldato si ritrova senza lavoro ma con tante ambizioni: il modo più facile per ottenere soldi e potere è la via della criminalità. Una volta introdotto nell’organizzazione del boss Guido, la vita di Mesrine è trascinata dal vento della criminalità, che lo porterà all’esilio forzato in Canada, in compagnia della sua amata Jeanne, con cui forma una nuova coppia in stile Bonny e Clyde.

Mesrine, impersonato dal sempre convincente Vincent Cassel, è raccontato con sensibilità e intelligenza: le due facce di una medaglia da un lato macchiata dal sangue delle sue vittime, dall’altra capace di far brillare l’indissolubile lealtà di un criminale innamorato della sua donna e in grado di onorare ogni volta la parola data. Funziona (e bene) la parte francese del film, arricchita dalla presenza di Gerard Depardieu, e permeata di quelle atmosfere buie che la scuola francese ha esportato in tutto il mondo; meno convincente la metà canadese, fatta di prigioni e un direttore spietato dal vago sentore di dejà-vu. Per un giudizio più completo sarà doveroso attendere la seconda metà dell’opera, intitolata “L’ora della fuga”, che arriverà da noi in aprile, nel frattempo la leggenda dell’uomo dai mille volti sembra avere le carte in regola per affascinare anche il pubblico italiano. Staremo a vedere.
Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 13/03/2009
Regia: Jean-François Richet
Con : Vincent Cassel, Cécile De France, Gérard Depardieu, Roy Dupuis, Elena Anaya, Gilles Lellouche, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Florence Thomassin, Ludivine Sagnier, Gilbert Sicotte, Abdelhafid Metalsi
Nazionalità: Francia, Canada, Italia 
Durata: 113'
Anno: 2008
Genere: Azione, Biografico, Crimine,  Drammatico, Thriller


Due Partite

By StephWithPh on 09:53

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DUE PARTITE
di Enzo Monteleone

Otto donne a carte scoperte


Portare il teatro sul grande schermo ha sempre un fascino particolare: ne sa qualcosa Sidney Lumet, che esordì alla regia proprio con la trasposizione cinematografica di un’opera teatrale (il capolavoro “La parola ai giurati”). Enzo Monteleone ha raccolto la sfida di Cristina Comencini, creatrice e regista dell’opera teatrale nonché sceneggiatrice del film, e ha provato a raccontare la storia di due generazioni femminili, otto donne incorniciate dalla sensibilità maschile del regista, bravo nel non cadere nel facile e banale confronto tra due generazioni, ma capace di esprimere con fluidità il corso delle situazioni, mostrando la naturale evoluzione della donna piccolo-borghese degli anni 60 nella donna emancipata degli anni 90.

Anni 60: quattro amiche (Isabella Ferrari, Paola Cortellesi, Marina Massironi e Margherita Buy) si incontrano ogni giovedì nel salotto di una di esse per giocare a carte. La partita è l’occasione per raccontarsi amori, infedeltà, storie di maternità, delineando il significato di essere donna. Nella stanza accanto le loro bambine giocano spensierate.
Anni 90: le quattro bambine di trent’anni prima sono ormai donne (Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher, Carolina Crescentini, Valeria Milillo). Si incontrano in occasione del funerale di una delle madri, nello stesso soggiorno dove avvenivano le famose partite a carte. Sembra che le ragazze non si vedano da tempo, questo nuovo incontro è il momento ideale per raccontare le loro vite, i loro desideri, i loro sogni, il loro rapporto con gli uomini.

Gli anni passano, l’essere donna sembra essere un concetto in continua evoluzione all’interno di una società sempre meno maschilista, ma nel profondo dei loro pensieri, nel loro cuore le donne sono sempre le stesse di trent’anni prima: sognatrici, energiche, piene di speranze e di paure. Monteleone rende fluida la messa in scena, facendo giocare a carte scoperte le sue otto protagoniste, incorniciando il periodo con belle musiche (su tutte “Se Telefonando” di Mina) e malinconiche melodie (inconfondibile il pianoforte di Yann Tiersen, preso in prestito dalla colonna sonora di “Goodbye Lenin”). Un film fortemente teatrale, girato praticamente in un ambiente unico, ma pieno di ritmo e di colori, il tutto scandito dall’ironia delle sue otto bravissime interpreti, che fanno a gara di bravura, tagliando il traguardo all’unisono.


Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 06/03/2009
Con : Margherita buy, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Gabriella Pession, Vittoria Puccini, Alba Rohrwacher
Nazionalità: Italia
Anno: 2009
Genere: Drammatico 

Frost - Nixon

By StephWithPh on 01:59

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FROST - NIXON



di Ron Howard


Un’intervista solitamente è un colloquio che un giornalista ha con una persona dalla quale desidera ottenere informazioni o dichiarazioni. Questo è un modo per dirlo, questo è quello che sembra. Delle volte dietro ad un’intervista però si nasconde uno scontro psicologico, un incontro di boxe, una lotta tra caratteri, personalità, senza esclusione di colpi. In quest’ottica il britannico David Frost, presentatore televisivo degli anni ’70, si presenta come lo sfidante, il giovane di belle speranze che cerca il colpaccio contro il campione dei pesi massimi, Richard Nixon, ex-presidente statunitense, che sente dalla sua l’opportunità di riabilitare la sua immagine agli occhi del popolo americano, indignato e tradito dallo scandalo Watergate che obbligò Nixon a dimettersi dalla sua carica politica nel 1974. Le parole che Richard Nixon rilasciò nel 1977 alle telecamere di David Frost divennero l’intervista con più audience della storia della televisione statunitense, basti pensare al fatto che Nixon, per motivi di salute, non fu presente al processo sul Watergate, procurando l’indignazione degli americani che non ebbero la soddisfazione di vedere l’uomo che li aveva traditi sul banco degli imputati.

Ron Howard, nel mezzo dei blockbuster tratti da Dan Brown (“Angeli e Demoni” uscirà in Italia a maggio), riesce a girare una pellicola di grande spessore storico e giornalistico, un gioiello di rara bellezza, affascinante come un film d’azione, dove al posto di battaglie fisiche avvengono soltanto imperdibili scontri verbali. L’intervista tra Frost e Nixon avviene in quattro giorni separati, in cui l’argomento Watergate può essere toccato soltanto nell’ultimo di questi incontri. Una sfida all’ultimo round: Nixon inizialmente schiaccia il suo interlocutore/sfidante utilizzando le sue armi preferite: personalità, aneddotica, carattere, decisione. Come suggerisce Jack Brennan, capo dello staff di Nixon (interpretato da Kevin Bacon), durante la prima intervista Frost sembra lo sfidante che si rende conto dell’insuperabile montagna che ha di fronte, l’illuso che ha appena compreso che tutte le speranze e i sogni che aveva preparato nei mesi precedenti sono in fumo. Richard Nixon infatti chiude all’angolo Frost come un toro scatenato, alternando leggerezza e decisione, rendendo credibile la sua posizione su ogni argomento scottante (il Vietnam, ad esempio) e permettendo alla sua immagine di uscirne a testa alta, da vero presidente degli Stati Uniti d’America. La straordinaria tensione della pellicola è tutta riposta nell’attesa per il quarto round, quell’ultima parte in cui Frost dovrà tirare fuori il meglio di sé, e il peggio di Nixon. E quest’ultima parte, statene certi, vale da sola il film.

Ron Howard si ricopre di nomination, grazie ad un film che fa il paio con il memorabile “Tutti gli uomini del presidente” di Pakula, il film fondamentale sul Watergate, uscito proprio un anno prima dell’intervista tra Frost e Nixon. Un’intervista che, grazie a Ron Howard, ridefinisce la concezione di action-movie.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 06/02/2009

Regia: Ron Howard
Con : Frank Langella, Michael Sheen, Sam Rockwell, Kevin Bacon, Oliver Platt
Nazionalità: U.S.A., UK, Francia
Durata: 122'
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Storico, Biografico

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Operazione Valchiria

By StephWithPh on 10:23

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  OPERAZIONE VALCHIRIA


Valkyrie
di Bryan Singer

In un’antica abitazione di campagna risuona un vecchio 33 giri con la gloriosa “Cavalcata delle Valchirie”: le note di Richard Wagner descrivono l’incedere delle fanciulle mandate da Odino su cavalli alati, la mente del cinefilo va alla guerra psicologica del Romeo Foxtrot di “Apocalypse Now!”, nella testa del colonnello Claus Von Stauffenberg invece si fa strada l’idea per rovesciare il regime di Hitler: utilizzare il cosiddetto Piano Valchirie (un progetto di difesa messo a punto dallo stesso Fuhrer) per effettuare un colpo di stato e mettere fine alla Germania nazista. Il regista Bryan Singer, abbandonati i fumetti (“X-Men”, “X-Men 2”, “Superman Returns”), dopo il grande successo de “I Soliti Sospetti”, si dedica ad un film storico, tratto da una storia vera, caricando il tutto con suspense e una patina di tensione difficile da scrollarsi di dosso.

«Dobbiamo dimostrare al mondo che non eravamo tutti come lui». Con queste parole un gruppo di ufficiali tedeschi, durante la Seconda Guerra Mondiale, si riunisce, tramando nell’ombra, per organizzare un colpo di stato: «Possiamo servire la Germania o il Fuhrer, non entrambi». I partecipanti al complotto infatti avevano aperto gli occhi di fronte alle vergognose azioni del regime hitleriano, unendosi per riabilitare il nome della “Santa Germania” agli occhi del mondo. Per tentare l’impresa, l’uomo scelto è il colonnello Von Stauffenberg (Tom Cruise), un eroe di guerra, braccio e mente del piano che avrebbe dovuto metter fine al Reich di Hitler (il celebre attentato del 20 luglio 1944). Il film è costretto a confrontarsi con il fatto che tutti gli spettatori sanno come è andata a finire la guerra, e che dunque sanno già cosa aspettarsi dal finale: la bravura di Singer però sfrutta questo elemento, spingendo al momento opportuno la suspense sul piano dell’azione piuttosto che su quello narrativo, mostrando l’Operazione Valchiria nel pieno della sua imponente efficienza (“Il colpo di stato siamo noi!”, urla il capo della riserva militare, fino a quel momento ignaro di tutto).

Tom Cruise, nonostante la benda all’occhio, si gode la sua ennesima performance di grande valore, circondato da un cast di esemplari professionisti, tra cui spiccano Kenneth Branagh, Bill Nighy, Terence Stamp, Tom Wilkinson. Un film storico trasformato facilmente in un’operazione mediatica non indifferente: la stampa si è infervorata di fronte ad una versione del protagonista esageratamente eroica (c’è addirittura chi lo ritenesse un antisemita), ponendo inoltre l’accento sul fatto che un manipolo di ufficiali (che al tempo giurarono fedeltà a Hitler) non potesse essere considerato come un movimento di resistenza. Il Von Stauffenberg di Cruise riesce però ad andare oltre ogni polemica, permettendo all’attore americano e al regista di cavalcare assieme alle Valchirie alate della mitologia nordica sopra un successo di pubblico già annunciato.

Alessio Trerotoli

Uscita del film in Italia: 30/01/2009

Regia:  Bryan Singer
Con :  Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Tom Wilkinson, Carice van Houten
Nazionalità: U.S.A., Germania
Durata: 120'
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Storico, Thriller

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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

By Ufficio Stampa Universy Tv on 15:10

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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE
The Boy in the Striped Pyjamas
di Mark Herman

Chi trova un amico trova un tesoro

Un tema come la Shoah è sempre delicato da trattare, in più infilare all’interno di questa cornice una storia immaginata è compito non semplice, soprattutto se legata al tema dell’infanzia. Il cinema continua per fortuna a proporre film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale: ogni opera che aiuti a ricordare (ricordare nel senso di “non dimenticare”) tutto il dolore procurato e il male perpetrato dalle persecuzioni razziali è un qualcosa di giusto e necessario, educativo ed istruttivo. In quest’ottica “Il bambino con il pigiama a righe” si dimostra un lavoro originale e interessante, che richiama lontani echi di Fred Uhlman, con un’ingenuità favolistica a metà strada tra il fauno di Del Toro e la vita bella di Benigni. Scomodare fonti così prestigiose è utile ad inserire il film di Mark Herman nel contesto cinematografico degli ultimi decenni, così come il libro omonimo (di John Boyne) da cui è tratto il film nel contesto tematico e letterario al quale fa indiscutibilmente riferimento.
Il piccolo Bruno, figlio di un ufficiale nazista, si trasferisce a malincuore da Berlino, dove ha molti amici, in una casa di campagna, desolata e senza nessuno con cui giocare. Dalla finestra della sua nuova casa scopre però la presenza in lontananza di una strana fattoria (in realtà il campo di sterminio diretto da suo padre), dove i “contadini” indossano tutti un pigiama a righe. Spinto dalla curiosità e noncurante dei divieti impostigli dai genitori, Bruno si avventura verso questo luogo particolare, incontrando al di là di una recinzione spinata il coetaneo Shmuel. Il bambino dal pigiama a righe, costretto alla prigionia perché ebreo, trova subito l’intesa con Bruno, dando vita ad una bella amicizia fatta di curiosità, di domande e di tenera genuinità, sempre divisa da una recinzione che incute terrore.
La contraddizione dell’amicizia tra il figlio di un soldato nazista e un bambino ebreo è il tema portante del film, toccante per il modo in cui racconta la persecuzione razziale attraverso gli occhi ingenui di un bambino. Bruno, nonostante il tentativo di lavaggio del cervello ad opera del suo tutore che tenta di indottrinare il giovane agli ideali del nazismo, riesce sempre ad andare oltre quello che trova scritto sui libri, utilizzando i suoi occhi e le sue esperienze come unico metro di giudizio nei confronti delle persone che ha davanti (il factotum ebreo Pavel, il piccolo Shmuel, ma anche il tenente nazista Kotler fino a mettere in dubbio la moralità del suo stesso padre). Il tutto verso un finale che spiazza totalmente lo spettatore, testimone impotente di fronte alle nefandezze che porteranno ad una tragedia inaspettata. Un film a tratti lento e un po’ prevedibile, non proprio riuscito, salvato però da un finale dal grande impatto emotivo che lascia spazio alla riflessione.

Alessio Trerotoli

Uscita film in Italia: 19 dicembre 2008

Regia: Mark Herman
Con : Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga
Nazionalità: Usa
Durata: 93'
Anno: 2008
Genere: Drammatico